Longum est ea dicere, sed hoc breve dicam: si M. Petrei non excellens animus amore rei publicae, non praestans in re publica virtus, non summa auctoritas apud milites, non mirificus usus in re militari extitisset, neque adiutor ei P. Sestius ad excitandum Antonium, cohortandum, accusandum, inpellendum fuisset, datus illo in bello esset hiemi locus, neque umquam Catilina, cum e pruina Appennini atque e nivibus illis emersisset atque aestatem integram nanctus Italiae callis et pastorum stabula praedari coepisset, sine multo sanguine ac sine totius Italiae vastitate miserrima concidisset.

Sarebbe lungo ricordare tali cose, ma questo solo dirò: se non ci fosse stato M. Petreio[1], con il suo grande patriottismo, con la sua eccezionale abilità politica, col suo grande ascendente sui soldati e l’esperienza straordinaria nell’arte militare, e se non avesse avuto l’aiuto di P. Sestio nell’incitare Antonio, nell’esortarlo, nel criticarlo, nello spingerlo ad agire, in quella guerra sarebbe subentrata l’interruzione invernale e Catilina, una volta emerso dal gelo e dalle nevi dell’Appennino, e, avendo davanti a sé un’intera estate a disposizione, datosi a depredare le vie di transito d’Italia e gli stazzi dei pastori, non sarebbe mai caduto senza un enorme spargimento di sangue e una terribile devastazione dell’Italia tutta.

– L’oratore rievoca nella Pro Sestio (56 a.C.) alcune fasi drammatiche della congiura di Catilina, immaginando il pericolo che avrebbe corso la res publica se questi non fosse stato sconfitto e ucciso nella battaglia di Pistoia nel gennaio del 62 a.C., ma avesse trascorso tutto l’inverno in Etruria e avesse avuto l’estate a disposizione per organizzarsi, sfruttando anche le vie armentizie e i ricoveri dei pastori. Dal passo si evince che l’Italia centrale dovesse essere segnata da una fitta rete di percorsi di transito degli armenti, le calles appunto, costellate di stabula per la sosta degli animali e dei loro pastori. È evidente, inoltre, che Cicerone desse per scontato che il suo uditorio fosse ben a conoscenza di questa rete viaria e dei rischi che potesse comportare per la sicurezza pubblica, evidentemente perché era difficile rintracciare i fuggiaschi su questi sentieri, intricati e nascosti spesso dalla vegetazione. Al di là di queste osservazioni, però, il passo non offre dati certi sulla transumanza, anche perché lo stato del testo è alquanto precario e discusso. Non è sicuro che l’edizione del passo fornita da Maslowski e qui riprodotta sia effettivamente migliore, come ritiene Kaster[2]. Va in primo luogo segnalato che l’editore mantiene la lezione Italiae calles tràdita da due testimoni principali della Pro Sestio, laddove Sydow ricostruiva Italiae valles sulla scorta della lezione corrotta (ytalia et valeis) di un terzo codice. J. Cousin, invece, nell’edizione curata per la Collezione Budé aveva adottato la congettura Apuliae, accolta anche da G. Bellardi (Torino 1981). In effetti un riferimento alle Italiae calles, se si tiene conto della localizzazione dei congiurati, sembrerebbe iperbolico, ma sarebbe giustificato nell’ottica dell’αὔξησις del pericolo corso e, quindi, del coefficiente eroico dei due ‘protagonisti’. Dovremmo altrimenti immaginare, e così presume Skydsgard 1988 (14), che i congiurati avessero la possibilità di attraversare tutta l’Italia centrale e meridionale attraverso tali vie, senza grave rischio di essere catturati. Qualche perplessità desta anche l’aggiunta del genitivo pastorum, se stabula è inteso genericamente come «stalle», perché la specificazione avrebbe poco senso (dovremmo tradurre, con il lessico di Conte-Pianezzola-Ranucci, «le stalle dove stanno anche i pastori»); diversamente, nell’accezione più specifica di «stazzo», «chiuso» destinato a raccogliere il bestiame durante la notte, risulta alquanto plausibile che qui le calles stiano ad indicare proprio i tratturi, utilizzate assieme alle viae publicae per il passaggio delle greggi, mentre gli stabula indicherebbero le aree di sosta e di ricovero delle greggi transumanti o all’alpeggio. In tal caso, la congettura Apuliae di Cousin, per quanto ardita, sarebbe certamente congruente. Del resto, Apuliae callis potrebbe essersi facilmente corrotto in Italiae callis sulla scorta del riferimento immediatamente successivo alla devastazione totius Italiae. Peraltro, dallo stesso Cicerone (il passo di Catil. 3, 14 su riportato), siamo a conoscenza di tentativi dei catilinari di stringere contatti con i pastori apuli a fini sediziosi. Ed è proprio per quest’ultimo particolare che non convince molto la scelta di praedari, nell’edizione di riferimento, rispetto a praeoccupare (ossia «prevenire nell’occupazione») di alcune precedenti: se i congiurati avessero progettato di sollevare i pastori pugliesi, come avrebbero potuto fare razzia proprio a loro danno? Invece, praeoccupare starebbe ad indicare in modo più coerente che, se fosse sopravvissuto, Catilina avrebbe avuto il tempo di raggiungere questi luoghi di transumanza e di giovarsene con approvvigionamenti e con l’appoggio dei pastori armati e ribelli[3].

[1] Era il luogotenente di Marco Antonio, che lo sostituì quando questi si ammalò; fu poi luogotenente di Pompeo in Spagna e si suicidò dopo Tapso.

[2] R.A. Kaster, Marcus Tullius Cicero. Speech on Behalf of Publius Sestius, Oxford 2006, 140.

[3] Non si comprende, pertanto, come possano conciliarsi il testo tradotto («had begun to plunder Italy’s mountain pasturages and sheepfolds») con il relativo commento di Kaster, ibid., 140: «The sheepfolds…would have provided not just sheep for food and clothing but shepherds to press into armed service».

Termini presenti nel glossario: callis.

Longum est ea dicere, sed hoc breve dicam: si M. Petrei non excellens animus amore rei publicae, non praestans in re publica virtus, non summa auctoritas apud milites, non mirificus usus in re militari extitisset, neque adiutor ei P. Sestius ad excitandum Antonium, cohortandum, accusandum, inpellendum fuisset, datus illo in bello esset hiemi locus, neque umquam Catilina, cum e pruina Appennini atque e nivibus illis emersisset atque aestatem integram nanctus Italiae callis et pastorum stabula praedari coepisset, sine multo sanguine ac sine totius Italiae vastitate miserrima concidisset.

Sarebbe lungo ricordare tali cose, ma questo solo dirò: se non ci fosse stato M. Petreio[1], con il suo grande patriottismo, con la sua eccezionale abilità politica, col suo grande ascendente sui soldati e l’esperienza straordinaria nell’arte militare, e se non avesse avuto l’aiuto di P. Sestio nell’incitare Antonio, nell’esortarlo, nel criticarlo, nello spingerlo ad agire, in quella guerra sarebbe subentrata l’interruzione invernale e Catilina, una volta emerso dal gelo e dalle nevi dell’Appennino, e, avendo davanti a sé un’intera estate a disposizione, datosi a depredare le vie di transito d’Italia e gli stazzi dei pastori, non sarebbe mai caduto senza un enorme spargimento di sangue e una terribile devastazione dell’Italia tutta.

– L’oratore rievoca nella Pro Sestio (56 a.C.) alcune fasi drammatiche della congiura di Catilina, immaginando il pericolo che avrebbe corso la res publica se questi non fosse stato sconfitto e ucciso nella battaglia di Pistoia nel gennaio del 62 a.C., ma avesse trascorso tutto l’inverno in Etruria e avesse avuto l’estate a disposizione per organizzarsi, sfruttando anche le vie armentizie e i ricoveri dei pastori. Dal passo si evince che l’Italia centrale dovesse essere segnata da una fitta rete di percorsi di transito degli armenti, le calles appunto, costellate di stabula per la sosta degli animali e dei loro pastori. È evidente, inoltre, che Cicerone desse per scontato che il suo uditorio fosse ben a conoscenza di questa rete viaria e dei rischi che potesse comportare per la sicurezza pubblica, evidentemente perché era difficile rintracciare i fuggiaschi su questi sentieri, intricati e nascosti spesso dalla vegetazione. Al di là di queste osservazioni, però, il passo non offre dati certi sulla transumanza, anche perché lo stato del testo è alquanto precario e discusso. Non è sicuro che l’edizione del passo fornita da Maslowski e qui riprodotta sia effettivamente migliore, come ritiene Kaster[2]. Va in primo luogo segnalato che l’editore mantiene la lezione Italiae calles tràdita da due testimoni principali della Pro Sestio, laddove Sydow ricostruiva Italiae valles sulla scorta della lezione corrotta (ytalia et valeis) di un terzo codice. J. Cousin, invece, nell’edizione curata per la Collezione Budé aveva adottato la congettura Apuliae, accolta anche da G. Bellardi (Torino 1981). In effetti un riferimento alle Italiae calles, se si tiene conto della localizzazione dei congiurati, sembrerebbe iperbolico, ma sarebbe giustificato nell’ottica dell’αὔξησις del pericolo corso e, quindi, del coefficiente eroico dei due ‘protagonisti’. Dovremmo altrimenti immaginare, e così presume Skydsgard 1988 (14), che i congiurati avessero la possibilità di attraversare tutta l’Italia centrale e meridionale attraverso tali vie, senza grave rischio di essere catturati. Qualche perplessità desta anche l’aggiunta del genitivo pastorum, se stabula è inteso genericamente come «stalle», perché la specificazione avrebbe poco senso (dovremmo tradurre, con il lessico di Conte-Pianezzola-Ranucci, «le stalle dove stanno anche i pastori»); diversamente, nell’accezione più specifica di «stazzo», «chiuso» destinato a raccogliere il bestiame durante la notte, risulta alquanto plausibile che qui le calles stiano ad indicare proprio i tratturi, utilizzate assieme alle viae publicae per il passaggio delle greggi, mentre gli stabula indicherebbero le aree di sosta e di ricovero delle greggi transumanti o all’alpeggio. In tal caso, la congettura Apuliae di Cousin, per quanto ardita, sarebbe certamente congruente. Del resto, Apuliae callis potrebbe essersi facilmente corrotto in Italiae callis sulla scorta del riferimento immediatamente successivo alla devastazione totius Italiae. Peraltro, dallo stesso Cicerone (il passo di Catil. 3, 14 su riportato), siamo a conoscenza di tentativi dei catilinari di stringere contatti con i pastori apuli a fini sediziosi. Ed è proprio per quest’ultimo particolare che non convince molto la scelta di praedari, nell’edizione di riferimento, rispetto a praeoccupare (ossia «prevenire nell’occupazione») di alcune precedenti: se i congiurati avessero progettato di sollevare i pastori pugliesi, come avrebbero potuto fare razzia proprio a loro danno? Invece, praeoccupare starebbe ad indicare in modo più coerente che, se fosse sopravvissuto, Catilina avrebbe avuto il tempo di raggiungere questi luoghi di transumanza e di giovarsene con approvvigionamenti e con l’appoggio dei pastori armati e ribelli[3].

[1] Era il luogotenente di Marco Antonio, che lo sostituì quando questi si ammalò; fu poi luogotenente di Pompeo in Spagna e si suicidò dopo Tapso.

[2] R.A. Kaster, Marcus Tullius Cicero. Speech on Behalf of Publius Sestius, Oxford 2006, 140.

[3] Non si comprende, pertanto, come possano conciliarsi il testo tradotto («had begun to plunder Italy’s mountain pasturages and sheepfolds») con il relativo commento di Kaster, ibid., 140: «The sheepfolds…would have provided not just sheep for food and clothing but shepherds to press into armed service».

Termini presenti nel glossario: callis.