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callis is f. e m. 1. sentiero a fondo naturale (erboso, terroso o pietroso) prodotto dal ripetuto passaggio degli animali, cfr. Claud. Don. Aen. 9, 383 p. 240, 14-16 calles … viae quippe sunt perangustae inter dumos quae vix admittant transiturum vie molto strette fra i cespugli che a mala pena consentono il transito; Serv. Aen. 4, 405 callis est semita te­nuior, callo pecorum praedurata unde et callum et callidos dicimus il ‘callis’ è un sentiero alquanto stretto, indurito dallo zoccolo cal­loso del bestiame minuto, per cui diciamo anche ‘callum’ (= callo) e ‘callidos’ (= persone astute); Isid. diff. 1, 539 semita hominum est, callis vero pecorum vel ferarum est. callis etiam dicitur via stricta, a calcando ita dicta ‘semita’ è un sentiero percorso dagli uomini, ‘callis’ invece è proprio del bestia­me minuto e degli animali selva­tici. Si dice ‘callis’ anche una via stretta ed è così chiamata da ‘cal­care’; orig. 15, 16, 10 callis est iter pecudum inter montes angustum et tritum a callo pedum vocatum sive a callo pecudum praedura­tum ‘callis’ è un percorso angusto e battuto del bestiame attraverso i monti, così chiamato dallo zoc­colo calloso delle zampe, ovvero in quanto il suolo è indurito dagli zoccoli degli animali. In senso più specifico, 2. trat­turo: Lex agr. (CIL I² 585, ed. Crawford) 26 quisque pecudes in calleis viasve publicas itineris causa indu[xerit pastum inpulerit chiunque avrà introdotto sui trat­turi o le pubbliche vie il bestiame per compiere un cammino e lo avrà fatto pascolare; Cic. Cluent. 161 pastoribus huius vilicos vim et manus attulisse. Cum quaedam in callibus, ut solet, controver­sia pastorum esset orta I villici del mio cliente avrebbero anche maltrattato e malmenato i pasto­ri. Si trattò di una delle consuete liti che insorgono fra i pastori sui pascoli; Sest. 12 Catilina, cum e pruina Appennini atque e nivibus illis emersisset atque aestatem integram nanctus Italiae callis et pastorum stabula praedari coepisset Catilina, una volta emerso dal gelo e dalle nevi dell’Appennino, e, avendo davanti a sé un’in­tera estate a disposizione, datosi a depredare le vie di transito d’Italia e gli stazzi dei pastori; Varro rust. 2, 2, 9 Nam mihi greges in Apulia hibernabant, qui in Reatinis mon­tibus aestivabant, cum inter haec bina loca, ut iugum continet sirpi­culos, sic calles publicae distantes pastiones le mie pecore, che esta­tavano sui monti del Reatino, an­davano a svernare in Puglia e fra questi due luoghi, come cesti uni­ti da un giogo, corrono i pubblici tratturi che uniscono i distanti pa­scoli; 2, 9, 16 qui per calles silvestres longinquos solent comitari in aestiva et hiberna quelli che per i lunghi percorsi tratturali attraver­so i boschi sono soliti accompa­gnare le greggi nei pascoli estivi e in quelli invernali; 2, 10, 1 horum (scil. pastorum) firmiores qui in callibus versentur, quam eos qui in fundo cotidie ad villam redeant quei pastori che staranno sulle vie armentizie dovranno essere più robusti di coloro che, vivendo nel fondo rustico, tornano ogni giorno alla fattoria; 2, 10, 3 neque enim senes neque pueri callium difficul­tatem ac montium arduitatem at­que asper<i>tatem facile ferunt, quod patiendum illis, qui greges secuntur, praesertim armenticios ac caprinos, quibus rupes ac sil­vae ad pabulandum cordi né i vec­chi né i fanciulli tollerano facil­mente la difficoltà dei percorsi, la ripidezza e l’asprezza dei monti, a cui devono sottoporsi quelli che seguono le greggi, specialmente di armenti e di capre, a cui piace pascolare fra rupi e selve; Liv. 22, 14, 8 nos hic pecorum modo per aestivos saltus deviasque callis exercitum ducimus, conditi nubi­bus silvisque noi qui, nascosti da nuvole e da boschi, conduciamo l’esercito come si fa con le pecore per i pascoli estivi e le piste fuori mano; Inscr. Ephem. epigr. VIII/1 p. 34 n. 139 Callita(ni) / callibus / iti, ni / iniuriam / accipiati(s) Pa­stori, percorrete i percorsi trattura­li, se non volete subire danni; CIL II²/5, 660 = II 5510 Imp(eratoris) D[omi[tiani]] / Caes(aris) Aug(u­sti) / Germanici // [Fi]nis c(allis?) p(ublici?); Suet. Iul. 19 opera ab optimatibus data est, ut provinciae futuris consulibus minimi negotii, id est silvae callesque, decerne­rentur i patrizi fecero in modo che ai futuri consoli si assegnassero province di poco conto, di boschi e tratturi; Tac. ann. 4, 27, 2 et erat isdem regionibus (scil. Apuliae) Cutius Lupus quaestor, cui pro­vincia vetere ex more calles evenerat [cod. : -ant Haase] questore di quelle regioni era Cuzio Lupo, al quale, secondo l’antico costu­me, era toccata l’amministrazione delle vie armentizie; CIL IX 2438 <cum> conductores gregum ovia­ricorum … quererentur per itinera callium frequenter iniuria<m> / se accipere a stationaris et ma­g(istratibus) poiché gli appaltatori delle greggi ovine si sono ripetuta­mente lamentati di subire lungo i percorsi di transumanza frequenti soprusi da parte degli ufficiali di guardia e dei magistrati; CIL IX 2826 [qui] / professa pecuaria re­gali derelicto transitu [tramite de]vio arbitrali directione transferre [ausi fuerint vel ex]/tra designatos et stationales cal[les per campum vel sil]vam pasturam et mansio­nem facere coloro i quali avranno osato, abbandonato il percorso re­gio, trasferire le greggi dichiarate con un percorso arbitrario per un sentiero discosto, o che avranno pascolato e fatto sostare il gregge, al di fuori dei tratturi designati e adibiti a riposi, in un campo o nel bosco.

 


 

– Il termine callis[1] ha un valore semantico spesso sfumato, per cui non è sempre possibile sceverare l’accezione, forse originaria[2], di «sentiero» naturale battuto dalle pecore e dalle capre, da quella più spe­cifica di «tratturo», direttrice di collegamento di bestiame minuto o di armenti in un sistema organizzato ed estensivo. Si può assumere quale exemplum significativo un passo di Curzio Rufo nel quale un prigionie­ro catturato dai soldati di Alessandro Magno in marcia verso la Persia descrive un sentiero montagnoso assai impervio per la fitta vegetazione (5, 4, 4 adfirmat silvestres esse calles vix singulis pervios, omnia con­tegi frondibus inplexosque arborum ramos silvas committere), dalla cui descrizione (12 iter quamvis arduum et praeceps), però, il condottiero macedone non si lascia scoraggiare, ribattendo che dove era riuscito ad andare un pastore (per pascolare il gregge), sarebbe giunto anche lui col suo esercito (12 evasurum se esse … qua ipse pecoris causa isset), mosso dal desiderio di gloria. Questa marcia per callium anfractus (15) prefigurata ad Alessandro è difficilmente catalogabile come percorso tratturale o semplice sentiero montano, anche se vi è un esplicito richia­mo al pascolo (pecoris causa). Otto Probst, redattore della voce callis del Thesaurus, registra il termine fra le accezioni di “semita aspera, qua pecora in montes ire solent”, che risulta senza dubbio pertinente. Sotto lo stesso lemma riporta anche un’altra occorrenza di callis in Cur­zio Rufo, dove si fa riferimento a soldati-pastori particolarmente esperti nelle scalate, in quanto abituati a guidare le greggi, nel loro paese, per sentieri e balze quasi inaccessibili[3]. È evidente che, in questo conte­sto, calles non si riferisce a larghe vie erbose, ma a piste degli animali, scoscese e quasi impraticabili per l’uomo. Ma dello stesso autore, più avanti, registra sotto l’accezione di “via pascua vel pascua montana” un passo nel quale Alessandro per esortare i soldati traci ed illirici alla battaglia ricorda loro che, con la vittoria, in cambio di aspri gioghi di montagna dai sentieri deserti ed eternamente gelati, avrebbero ottenu­to in Persia suoli e ricchi campi coltivati (3, 10, 10 aspera montium suorum iuga, nudasque calles perpetuo rigentes gelu ditibus Persarum campis agrisque mutarent). A parte il fatto che l’Illiria fosse una terra nota per lo sfruttamento del bestiame, non si comprende per quale ra­gione di contesto queste calles, per giunta sempre ghiacciate, debbano intendersi come vie erbose o pascoli montani[4]. È possibile riscontrare che in diversi casi le tre distinzioni operate nella voce del Thesaurus fra “semita aspera, qua pecora in montes ire solent”, “via pascua vel pascua montana”, che è nella definizione quanto di più affine al con­cetto di «tratturo», e “quaelibet semita” risultano erronee o perlomeno discutibili. Ancor più arbitraria, poi, è la distinzione delle occorrenze, nell’OLD, fra accezioni generiche del termine, nel senso di «sentiero» (§ 1 “a rough track, path”), e quelle di «pascolo montano» (§ 2 “mo­orland or mountain pasturage”), queste ultime tendenzialmente distin­te – a quanto si evince – sulla base dell’uso plurale di callis. L’autore della voce sembra trascurare l’esistenza di una tipologia specifica di sentieri e percorsi, che sono anche luoghi di pastura, proprio in quanto vie erbose.
Dal vaglio complessivo delle occorrenze risulta evidente, invece, che in molti casi i contesti non consentono di evincere un’accezione specifica piuttosto che un’altra, per cui il senso generico di «sentiero» costituisce talora solo una lemmatizzazione ‘di compromesso’. È altret­tanto evidente che il latino non avesse un termine specifico per indicare il «tratturo» e sembra quindi da respingere l’ipotesi formulata da alcuni, che callis potesse identificare primariamente e in modo specifico la via della transumanza[5]. Si fa riferimento, in particolare, ad alcuni studi lessica­li in cui l’esplicazione del termine callis da parte di Servio (riproposta sostanzialmente da Isidoro) ha indotto alla facile quanto erronea dedu­zione che il grammatico tardoantico fornisse la definizione del «senso proprio» del termine, di cui attesterebbe «l’originaria specializzazione di senso a designare le grandi vie collinari ed erbose delle zone desti­nate al trasferimento periodico degli animali armentali»[6]. Nel passo virgiliano commentato da Servio (ad Aen. 4, 405)[7] callis non ha nep­pure una valenza tecnica con riferimento diretto allo spostamento del bestiame, occorrendo all’interno di una similitudine fra i soldati di Enea e le formiche che trasportano in lunga fila il loro cibo. Il richiamo da parte del grammatico ai sentieri delle pecore pertiene solo all’origine paretimologica di callis (callo pecorum praedurata)[8] e il richiamo del gregge-esercito in movimento agisce solo a livello metaforico. Servio, anzi, introduce una distinzione tipologica, si può dire di scala, che porta a escludere per questo luogo virgiliano[9] l’identificazione di callis con «tratturo», proprio in virtù della climax semantica, in cui è posto in principio il termine callis come via più stretta, seguito da semita, via e actus. Il dettaglio significativo non è sfuggito all’André[10], che rileva giustamente come la spiegazione dovesse ritenersi funzionale al testo di Virgilio[11], dal momento che i tratturi «sont de larges pistes». E da questa osservazione si deduce che il nocciolo della questione semantica sta proprio nell’impiego, in riferimento alla transumanza antica, di un termine che ha un preciso e diverso referente che pertiene soprattutto alla storia basso medievale, moderna e contemporanea.
Per la classificazione delle accezioni, bisogna perciò tener conto an­zitutto del fatto che nel mondo antico e tardoantico non vi fossero in molti casi strade esclusivamente adibite al passaggio periodico delle greggi, distinte da quelle per gli uomini e per le merci. Se a livello connotativo i tratturi sono per noi oggi delle piste erbose o pietrose tracciate dal passaggio periodico delle greggi con una notevole esten­sione in larghezza (pari, per rendere l’idea, all’ampiezza di un campo da calcio)[12], non ci è nota quale fosse, in genere, l’ampiezza di un analogo percorso armentizio in età antica, ancorché diversi tratturi insistano su antichi tracciati viari e i riscontri archeologici, soprattutto in prossimità di antichi centri interessati dal fenomeno, ne confermino l’ampia larghezza[13]. L’esame del paesaggio di contesto (boschi, montagne, fitta vegetazione arbustiva, etc.) per distinguere l’accezione tecnica di callis nel senso assimilabile a quello di moderno «tratturo» da quella di semplice sentiero segnato dagli animali (dunque anche singoli animali, che possono essere bradi o selvatici) è alquanto aleatorio e insufficiente, se nel vaglio dei rispettivi contesti non si tiene conto anche di altri dati materiali contestuali; fra questi, la presenza di determinanti descrittivi nel senso soprattutto dell’ampiezza e portata del callis, di un percorso più o meno lungo di collegamento con aree distanti e complementari, di una inclinazione viaria che rimandi a un sistema programmato di tran­sumanza orizzontale, di una organizzazione complessa, ossia quantitativamente e qualitativamente rilevante (capi di bestiame, pastori, carri e attrezzi), che significa anche regolata da norme consuetudinarie e fiscali (dichiarazione dei capi di bestiame, pagamento della scriptura, control­li etc.). Tali elementi sono però talora presenti e si è dunque cercato di operare una distinzione in tal senso, evitando che si trovino associati, come anche nell’edizione più recente dell’OLD, stretti sentieri naturali, segnati dalle capre selvatiche sui monti[14], con più ampie piste erbose percorse dalle greggi guidate da pastores e armentarii.
La prima accezione latina di callis, tolta una occorrenza di Accio (praetext. 10 R³) registrata dal Thesaurus, dove però callis è il frutto di una congettura banalizzante del Buecheler, è la menzione nella Lex agraria del 111 a.C. (CIL I² 585) assieme a viae publicae, quali percorsi utilizzati a scopo di transito (itineris causa) del bestiame, ma anche per la pastura degli animali (pastum)[15]. Sulla riconducibilità di questo rife­rimento normativo alla regolamentazione delle pratiche di transumanza e sull’accezione di callis in questo testo epigrafico in un senso assimila­bile a quello, su delineato, di «tratturo», non credo vi siano ormai dubbi[16], per cui non è comprensibile la scelta nel Thesaurus di escludere la testimonianza dalle accezioni più specifiche di “via pascua”, tanto più che il testo epigrafico esplicita la funzione pascoliva delle calles, che non può certamente riguardare anche le viae publicae, in quanto soli­tamente lastricate[17]. La distinzione operata dal legislatore è imputabile al fatto che fosse ben noto l’impiego, per la transumanza, tanto di per­corsi specifici utilizzati per gli armenti, quanto delle ‘vie nazionali’[18], entrambi di proprietà e di uso pubblico, i cui tracciati molto spesso si sovrapponevano, con rischi e conseguenze variamente documentati, di sconfinamento degli animali in proprietà private e campi coltivati e, più in generale, di conflitti fra agricoltori e pastori. Tale distinzione, a rigore, non implica che le calles fossero distinte dalle viae «solo per il carattere peculiare di percorsi espressamente deputati alla transumanza»[19], ma è probabile che proprio in questo senso si fosse espresso il legislatore nello specifico contesto, pur connotando più genericamente il termine callis un percorso naturale caratterizzato dal passaggio degli animali e dunque poco antropizzato rispetto a via. Più avanti, secondo le integrazioni proposte da Sisani, la Lex disciplinerebbe la manuten­zione sia delle viae publicae sia delle calles demandandola ai duoviri, che avrebbero dovuto provvedere al fatto che fossero sempre accessibili e percorribili[20]. Quanto all’aggettivo publicus, in riferimento a callis si trova, oltre che in Varrone (rust. 2, 2, 9), in un altro documento epigrafi­co, un cippo di segnalazione dell’età di Domiziano rinvenuto ad Atarfe nella Baetica (in un’aria della provincia di Granada interessata anche in epoca moderna dal passaggio di un tratturo), che, stando all’integrazione proposta – fi]NIS.C(allis). P(ublici)[21]– doveva forse servire a demarcare il confine fra la proprietà imperiale e un pubblico tratturo[22].

[1] Sul genere maschile e femminile cfr. Non. 290 L. generis masculini Vergilius Aeneidos lib. IV (404): “praedamque per herbam convectant calle angusto”. Feminino Livius lib. XXII (14. 8): “nisi pecorum modo per angustos saltus et devias calles” – idem sic frequenter.

[2] M. De Vaan (Etymolog. Dict. of Latin, Leiden 2008), s.v., ricostruisce una radice proto-ialica *kalnis < *klni e non esclude un qualche legame etimologico con callum, in riferimento alla terra trita, battuta dagli zoccoli degli animali, che è già nei grammatici, ma che è respinta da Ernout-Meillet e da André (1950, 108), il quale pensa a un vocabolo prelatino. Lo stesso André sembra valutare come originaria l’accezione specialistica di callis nel senso di «tratturo», quando afferma che «Les textes latins garantissent la spécialisation originelle du sens et de l’emploi de callis» (ibid., 106), ma è una valutazione poco condivisibile sulla base delle testimonianze addotte e che mi sembra suffragata solo dal fatto che la prima occorrenza latina (Lex. agr. CIL I² 585), su cui vd. infra, suggerisce tale accezione.

[3] Curt. 7, 11, 7 qui per calles et paene invias rupes domi pecora agere consueverant.

[4] Sotto la stessa accezione (“mountain pasturage”) il passo è registrato anche nell’OLD², s.v., § 2.

[5] Quanto si deduce dalle osservazioni di André (1950, 196), su cui vd. infra. Sul termine callis quale ‘antenato’ di tratturo, introdotto nella lingua italiana verso la seconda metà del XVII sec., vd. l’ampio studio di Cipriani-Masselli 2016. Resta, comunque, poco chiara l’origine del termine. Secondo la maggior parte dei lessici, compreso quello di Battaglia, deriverebbe dal lat. medievale tracturus «via, fosso» (a sua volta dalla forma classica tractorius, agg. «da / che serve a tirare»), ovvero da [iter] tractorium, «[strada] tracciata». Nessuno dei lessici latini medievali, però, presenta un lemma tracturus con questo significato di «via, fosso», né trovo traccia di un uso medievale dell’agg. tractorius. L’unica voce, che potrebbe avere qualche attinenza con ‘tratturo’, è il sostantivo tractura che può indicare o un «servizio di trasporto» o un terreno disboscato, dissodato e reso quindi coltivabile. In particolare, il Lessico di Niermeyer, s.v. traho (§ 5), riporta diverse testimonianze dell’espressione trahere (de heremo) in questo senso. Dunque, il termine avrebbe potuto indicare in origine o un percorso antropizzato creato attraverso un paesaggio selvatico e boscoso o l’organizzazione complessiva del trasporto delle greggi transumanti. A un legame etimologico diretto con trahere nel senso di «trascinare», «trasportare» è propenso Cipriani, sulla scorta di un passo del lessicografo/giurista Erennio Modestino (III d.C.), discepolo di Ulpiano, nel quale è riportata l’espressione trahere armenta (Modest. dig. 8, 3, 12 actus vero, ubi et armenta trahere et vehiculum ducere liceat; ma qui trahere è pure una variante dubbia, rispetto alla lezione traicere edita in textu dal Mommsen). Sulla base di questa testimonianza, Cipriani ritiene che «nel lessico giuridico, in un’epoca databile al III sec. d.C., si è ambientata, al posto dell’abusato agere o ducere, la voce verbale trahere», nella quale è implicita l’idea dello sforzo da compiere lungo la traiettoria che va dalla pianura alla montagna (Cipriani-Masselli 2016, 195). Tuttavia, stando alle testimonianze lessicografiche, resta un vuoto, nella documentazione medievale, relativo ai diversi passaggi che da trahere (che in riferimento agli armenti non conosce un uso significativo neppure in età medievale) avrebbero condotto all’esito romanzo ‘tratturo’. Ai ‘tratturi’ dell’Italia centro-meridionale (abr. e pugl. tratturë, tratteure) corrispondono le ‘trazzere’ in Sicilia, ‘cañadas’ in Spagna, ‘camis ramaders’ in Catalogna, ‘carraires’ in Francia (‘drailles’ in Linguadoca), ‘drumul oilor’ nei Carpazi, ecc.

[6] Monno 2014, 183. L’articolo contiene una ricca rassegna di occorrenze del termine callis, distinte in una sezione relativa all’accezione propria e un’altra, più propriamente letteraria, in cui esso riveste un significato traslato. Sulle calles in rapporto con il regime del pascolo vd. Laffi 2001, 185-188.

[7] Un esame di questa similitudine virgiliana e della nota di commento serviana, relativa al lessico latino viario, in Cipriani-Masselli 2016.

[8] Su cui vd. Maltby, s.v. callis, 97.

[9] Condivisibile in questo caso è perciò la scelta del redattore del TLL, s.v., che registra tale occorrenza virgiliana sotto l’accezione più generica di “quaelibet semita”, dunque genericamente «sentiero».

[10] André 1950, 106.

[11] Al contrario, non è condivisibile l’osservazione di Skydsgaard (1974, 10) quando sostiene che «the meaning of the word callis is precisely defined by Servius».

[12] Cfr. Di Cicco 1987a, 40: «Il Tavoliere a pascolo, con una continenza discontinua di circa 9000 carra [= 2,2 km2], era ritenuto capace di offrire alimento sufficiente per sei mesi di inverno a circa 1.200.000 pecore (il possedibile) che vi si portavano percorrendo vie particolari e apposite, i tratturi, le quali nei tempi antichissimi furono semplici piste battute, prive di ogni delimitazione, poi ebbero un’ampiezza determinata fissata in perpetuo (almeno 60 trapassi = metri 111)».

[13] Per le direttrici dell’Italia meridionale, Pasquinucci 1979, 170-182: «Questa rete di vie armentizie, che dopo l’istituzione della Dogana si era andata progressivamente arricchendo di nuovi segmenti, e che la Dogana aveva mantenuto erbose per il passaggio del bestiame lungo il tragitto, coincide in parte con viae publicae romane e con calles, lungo le quali venivano effettuati gli spostamenti stagionali del bestiame […]. Coincidenze esatte fra vie e calles romane e tratturi o bracci sottoposti al regime della Dogana sono molto frequenti soprattutto in montagna e fondovalle (dove la corrispondenza dei percorsi è talora dettata dall’ambiente geomorfologico), ma anche in pianura». Vd., pure, Pasquinucci 2004, 166 e cfr. Aromatario 1992, 46: «I romani, gli svevi, gli angioini, gli aragonesi ed anche governi più recenti hanno disciplinato e fissato sul territorio la fitta rete delle vie armentizie comunque sfruttando e riattivando, di volta in volta, antichi tracciati che l’evidenza archeologica mostra sfruttati, per i collegamenti dell’area appenninica con quella del Tavoliere, sin dagli albori della storia. Non meraviglia quindi la frequente coincidenza del moderno tracciato tratturale con le romane viae publicae e calles, anch’esse sovrappostesi a precedenti tracciati naturali, determinati dalla natura del territorio e già in uso, nelle varie zone, prima della stessa conquista romana […]. Il carattere pastorale ed antico delle moderne direttrici della transumanza è confermato ancora dai frequenti rinvenimenti, lungo i loro percorsi, di piccoli bronzi arcaici raffiguranti la divinità protettrice dei pastori e degli armenti, il dio Ercole»; Capini 1999, 183: «Gli spostamenti del bestiame su vasta scala, infatti, non hanno certamente avuto inizio aprendo ex novo percorsi riservati a questo scopo, ma devono aver cominciato ad utilizzare, a seconda dell’opportunità, settori delle normali vie di comunicazione o di altri tracciati già in uso che, con il trascorrere del tempo, hanno dato luogo ai percorsi privilegiati della transumanza».

[14] Per quest’accezione, che si ritiene si debba evincere dalla spiegazione serviana del termine callis, alcune lingue moderne hanno sviluppato un termine specifico. Ad es. in greco moderno κατσικόδρομος, il «sentiero delle capre»; pure semita, nel senso di «strada angusta», trova precisa corrispondenza, secondo l’etimologia fornita dallo stesso grammatico (Serv. Aen. 4, 405 semita est semis via), nel gr. mediev. μονοπάτι(ον), su cui vd., s.v., E.G. Kriaras, Λεξικό της μεσαιωνικής ελληνικής δημώδους γραμματείας 1100-1669 [Dictionary of Medieval Vulgar Greek Literature], IA’, Salonicco 1990, 25.

[15] Nella edizione di Crawford su riportata (quisque pecudes in calleis viasve publicas itineris causa indu[xerit pastum inpulerit) è comunque necessario integrare pastum<ve> o, come Mommsen (1905), congetturare indu[xerit ibeique paverit. Secondo Sisani (2015, 173) il dettato «sintatticamente contorto, sarà da intendere: qui pastum impulerit eas pecudes quas in calles viasve publicas itineris causa induxerit», che traduce, infatti: «Chiunque avrà fatto pascolare il bestiame che avrà condotto lungo calles o viae pubbliche a scopo di transito». Non muta il senso sostanziale, ma non si giustifica senza le integrazioni proposte una struttura sintattica così contorta.

[16] Cfr. Gabba-Pasquinucci 1979, 105-106.

[17] Del resto, la pericope pecudes in calleis viasque publicas inducere del redattore del TLL, coincidente con quella fornita da André (1950, 106), non consente di cogliere il contesto d’uso epigrafico. Quanto all’OLD, la scelta discutibile di inserire sotto un unico lemma tutte le accezioni di callis nel senso di percorso/sentiero, ha portato ad escludere l’occorrenza epigrafica dagli exempla dell’accezione di «luogo di pastura», che tuttavia è compresente.

[18] Su viae publicae cfr. André 1950, 114: «viae publicae, les “routes nationales”. Ces dernières portaient le nom des magistrates qui les avaient conçues et fait exécuter: aussi d’appelaient-elles également viae praetoriae ou consulares».

[19] Così Sisani 2015, 173.

[20] Questa la ricostruzione da lui proposta (Sisani 2015, 180) della Lex agr. (CIL I² 585), 28: II virum, qu[eiquomque erunt quae calleis viaeque publicae p]er terram Italiam P. Mucio L. Calpurnio co(n)s(ulibus) <f>uerint, eas <f>aciunto pateant vacuaeque sien[t. Tutti i precedenti editori, però, si sono limitati a integrare soltanto la menzione delle viae publicae.

[21] Ma si potrebbe integrare anche P(ublicae).

[22] Su questa testimonianza epigrafica inserita nel suo contesto storico-geografico, vd. E.W. Haley, Baetica Felix: people and prosperity in southern Spain from Caesar to Septimius Severus, Austin 2003, 107.