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callitānus i [callis] m. pastore transumante: Inscr. Ephem. epi­gr. VIII/1 p. 34 n. 139 Callita(ni) / callibus / iti, ni / iniuriam / acci­piati(s) Pastori, percorrete i trattu­ri, se non volete subire danni.

 


 

– Il denominativo callitanus, il cui suffisso esprime l’appartenenza ad uno specifico ambiente, che è quello dei percorsi armentizi, non può che indicare la categoria dei pastori transumanti. La breve iscrizione[1],  databile alla prima età imperiale (27-30 d.C.), contiene un invito peren­torio rivolto ai transumanti (callitani), quasi una minaccia, leggibile a grandi lettere sull’elegante cippo rinvenuto alla fine dell’Ottocento nei pressi di Cansano (località “Case Pente”, a sud di Sulmona), perché non travalichino i limiti delle calles publicae. Il timore da cui nasce la minacciosa raccomandazione consisteva certamente nel fatto che le greggi, deviando dal tratturo, invadessero i campi e ne danneggiassero le coltivazioni, una circostanza assai frequente sin dall’età arcaica (già sanzionata in modo durissimo dalla Legge delle XII tavole) e causa di continue tensioni e scontri aperti fra agricoltori e pastori di passaggio. È raffrontabile l’episodio occorso nell’agro di Larino, a cui accenna Cicerone nella Pro Cluentio (161). La brevissima epigrafe prospetta un’azione di iniuria nei confronti dei trasgressori[2]. Con quest’accezione generica di «sopruso», «danno materiale» il termine occorre anche nell’iscrizione di Saepinum, nel senso attivo e passivo di iniuriam face­re e accipere, ma in quel caso l’admonitio non è emessa dalle autorità, esse stesse responsabili dell’iniuria. Di grande interesse, sul piano les­sicale, è soprattutto l’occorrenza del termine callitanus, del tutto igno­rata dai lessicografi moderni in quanto attestata solo dall’epigrafe ripor­tata, che pure doveva costituire un vocabolo tecnico della transumanza a breve e a lunga distanza. Callitanus compare anche come cognomen in un ristretto gruppo di documenti epigrafici[3], che provengono pro­prio da regiones interessate dal fenomeno della transumanza (Samnium, Bruttium et Lucania, Apulia et Calabria). L’epigrafe più interessante è stata rinvenuta[4] nell’ager Lucerinus (zona prossima al tratturo Ce­lano-Foggia) e più precisamente nei pressi di una masseria in località Scarpàno, là dove sorgeva con ogni probabilità l’antico abitato di Ge­reonium. L’interesse è dovuto al fatto che appartiene a un nutritor di nome Callitanus che con la moglie Eutychia dedicano la stele a un fan­ciullo da loro allevato, morto all’età di nove anni circa, verosimilmente, durante la transumanza: è qui attestata una prassi frequente di adozione da parte dei pastori transumanti di figli abbandonati, che ancora nel 409 d.C. un atto legislativo degli imperatori Onorio e Teodosio II (Cod. Theod. 9, 31 Ne pastoribus dentur filii nutriendi) avrebbe tentato di ar­ginare, per ragioni verosimilmente riconducibili alle condizioni di vita dei bambini e alla disciplina dello ius exponendi in un’età di accentuata crisi dei centri urbani. Un rinvenimento più recente[5] avvenuto a Gi­nosa (2005), in contrada Lama di Pozzo, nei pressi di un tratturo che dal Basentello correva verso il versante ionico, consiste in una lastra in calcare databile al II sec. d.C. con la breve dedica a un Callitanus da parte di una certa Rodia, verosimilmente entrambi schiavi – come sug­gerisce l’onomastica ridotta ad un solo elemento – ma non sappiamo se anche pastori transumanti. In tal caso, sarebbe ipotizzabile che questo nome venisse dato proprio ai figli dei pastori. Abbiamo anche qualche attestazione epigrafica del nome Gallitana, che per una epigrafe prove­niente da Grumentum Russi ha ipotizzato che costituisca la «versione femminile» di Callitanus[6]. A un errore del lapicida egli riconduce la G iniziale al posto della C, ma è possibile invece riscontrare che il cogno­men non è del tutto isolato[7].

[1] Cfr. Corbier 1991, 164 e fig. 3; Lo Cascio 1990, 557-569; Chioffi 1999, 70. Per la bibliografia precedente vd. Pasquinucci 1979, 178 n. 227.

[2] Il termine non sembra rivestire il significato tecnico che gli è proprio nel sistema dei delitti privati e può essere riferito a temibili reazioni della pars direttamente laesa, ossia contadini e vilici.

[3] CIL X 267 (Grumentum) D(is) M(anibus) / Pinariae / Marcellae / Pinarius / Callitanus / filiae b(ene) m(erenti) / f(ecit) v(ixit) a(nnos) XXX; AE 2012, 413 (Larinum) D(is) M(anibus) s(acrum) / Calavia Loccias / Calavio Buttio Cal/litano filio carissi/mo q(ui) vix(it) a(nnos) XXVIII m(enses) / VI infelicissimo b(ene) m(erenti) f(ecit); StBit 81-82, 2016, pp. 59-60 (Genusia = Ginosa) D(is) M(anibus) / Callitanus / v(ixit) a(nnos) LXXV / p(osuit?) Rodia; CIL X 386 (ager Volceianus, forse Auletta o Caggiano, vicino Salerno) D(is) M(anibus). / Verus pater filio / carissimo Calitano: / vix(it) a(nnis) XVI[—]; CIL IX 3217 (Corfinium) Calli[tano] Lucei L[(uci s(ervo)] / Felix po[s(uit)].

[4] Russi 1986, 864. Per il contenuto del testo cfr. pure M. Chelotti, Sugli assetti proprietari e produttivi in area daunia e irpina: testimonianze epigrafiche, in Epigrafia e territorio. Politica e società. Temi di antichità romane, IV, Bari 1996, 7-30 : 10.

[5] È l’epigrafe di Ginosa (edita in «Studi Bitontini» 81-82, 2016, 59-60), su cui vd. Sassi 2006.

[6] Russi 1986. Per il contenuto del testo cfr. pure M. Chelotti, Sugli assetti proprietari e produttivi in area daunia e irpina: testimonianze epigrafiche, in Epigrafia e territorio. Politica e società. Temi di antichità romane, IV, Bari 1996, 7-30: 10.

[7] CIL IX 955 Pierini Gaviani / servae vixit / ann(os) XXIIII infelic(issimae) / [qu]od decuit filiam / [fa]cere fecere parent(es) / [i]nfelices Anteros / [et G]allitana sibi et / [filiae] suae, su cui vd. M. Silvestrini, Un itinerario epigrafico lungo la via Traiana. Aecae, Herdonia, Canusium, Bari 1999, 33-34, nr. A4. La G– iniziale è invero frutto d’integrazione in questa iscrizione rinvenuta a Troia, ma Gallitana compare anche in un’altra epigrafe proveniente dall’Etruria (AE 1999, 637 Gallitan(a)e / f(iliae) suae dulcissimae).