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stătĭōnālis e [statio] agg. ri­ferito ai tratturi (calles), relativo alla sosta del gregge, adibito a riposi?: CIL IX 2826, 11 [qui] / professa pecuaria regali derelicto transitu [tramite de]vio arbitrali directione transferre [ausi fuerint vel ex]/tra designatos et statio­nales cal[les per campum vel sil]vam pasturam et mansionem fa­cere coloro i quali avranno osato, abbandonato il percorso regio, tra­sferire le greggi dichiarate con un percorso arbitrario per un sentiero discosto, o che avranno pascolato e fatto sostare il gregge, al di fuori dei tratturi designati e adibiti a riposi, in un campo (coltivato) o nel bosco.

 


 

– L’aggettivo conosce un’unica occorrenza epigrafica, nella così det­ta Iscrizione di Buca (CIL IX 2826), fra il Biferno e Termoli, che è tràdita per via indiretta a partire da una trascrizione cinquecentesca ed è databile solo approssimativamente all’età gotica (VI sec. d.C.). Il si­gnificato dell’aggettivo è dubbio e ricavato dal contesto stesso. L’unica occorrenza classica di stationalis è un passo pliniano[1] di ambito astro­nomico, nel quale l’aggettivo, connesso alla statio dei pianeti, indica che Marte si trattiene per un periodo di sei mesi nello stesso segno. In astronomia, un pianeta si dice ‘stazionario’ quando appare fermo (in stazione) in cielo prima d’invertire il suo moto. I lessici latini d’uso traducono tutti indistintamente con «fisso», che è aggettivo equivoco, se si considera che è proprio, invece, dei corpi celesti fissi, rispetto ai pianeti «vaganti». In base a questa accezione, Crawford traduce con «designed and fixed calles»[2], per cui stationalis risulterebbe sinonimo di designatus, rinforzando il concetto che le direttrici armentizie fosse­ro stabilmente definite. In relatà, il senso di stationalis sarebbe proprio quello contrario e andrebbe ricondotto a una delle accezioni classiche di statio, che è appunto quella di «luogo di sosta» lungo un percorso, in particolare viario[3]. Questa accezione del termine sembra suffragata dal riferimento successivo, nell’epigrafe, a mansionem face­re, entrambi termini affini e co-occorenti in altri contesti letterari[4]. I luoghi di mansio delle greggi transumanti dovevano grosso modo corri­spondere ai ‘riposi’ dell’epoca aragonese, nome dato localmente ad am­pie zone, di 20-30 ettari in media, adiacenti ai grandi tratturi fra Puglia, Lucania e Abruzzo, posti in luoghi pianeggianti ed erbosi, in prossimità di sorgenti o corsi d’acqua. Bisogna comunque rilevare che il sostantivo statio non risulta impiegato nell’ambito della pastorizia come «stazzo» delle pecore (come stabulum solo in tarde attestazioni), per cui il lega­me semantico è da porsi con l’ambito viario. Un’ulteriore opzione in­terpretativa dell’aggettivo è quella che ‒ credo ‒ presupponga Iasiello, quando traduce «calles designate e vigilate»[5], e cioè un collegamento di stationalis con statio, «posto» o «corpo di guardia», e stationarius (vd., s.v.), soldato o ufficiale di guardia. Verso questa interpretazione dell’aggettivo, data quasi per scontata, sembra propendere anche Corbier[6], la quale però pone in relazione gli stationarii con la transuman­za essenzialmente sulla base della testimonianza fornita dall’iscrizione di Sepino, dove i conductores lamentano le vessazioni subite anche da parte di stationarii. Costoro sono in genere identificati con gendarmi municipali, ma la studiosa è più propensa a ritenere che si trattasse di milites stationarii, ossia di soldati distaccati in posti di controllo, che erano sottoposti all’autorità del prefetto del pretorio[7].

[1] Plin. nat. 2, 60 eadem (scil. stella Martis) stationalis senis mensibus commoratur in signis, alioqui bimenstris, cum ceterae utraque statione quaternos menses non inpleant.

[2] Crawford 2005, 170.

[3] Vd., s.v. statio, OLD² § 2b, accezione per la quale è fornito l’esempio di Stat. silv. 4, 9, 19 stationes viarum, ossia le «stazioni di sosta sulla strada».

[4] Cfr. Lucr. 4, 388; 395-396 solque … manere et luna videtur / in statione, ea quae ferri res indicat ipsa; 5, 478-479; 517-518; Ov. fast. 2, 674; met. 1, 627; Germ. frg. 4, 60; Manil. 3, 76; Val. Fl. 8, 379.

[5] Iasiello 2007, 301.

[6] Corbier 1991, 169: «Par la référence explicite aux stationales calles, l’inscription tardive de Buca pourrait attester l’existence de postes de contrôles dans des lieux de passage obligés».

[7] Cfr. Corbier 1991, 168-171 e Ead. 2007, 24-25. Per studi di carattere generale sugli stationarii cfr. Ch. Lécrivan, s.v., in Darem.-Saglio, Dict. des Ant., IV/2, 1468-1469; M.F. Petraccia Luceroni, Gli stationarii in età imperiale, Roma 2001.