Libenter hoc et omne militabitur
bellum in tuae spem gratiae,
non ut iuvencis illigata pluribus
aratra nitantur mea
pecusve Calabris ante sidus fervidum
Lucana mutet pascuis,
neque ut superne villa candens Tusculi
Circaea tangat moenia.
Satis superque me benignitas tua
ditavit.
Questa e qualunque guerra si combatterà
nella speranza di riuscirti grato,
e non perché con maggior numero di giovenchi
aggiogati i miei aratri si sforzino[1],
o perché i miei greggi prima della canicola[2]
transumino in Lucania dai pascoli della Puglia,
né perché una villa a me, fulgida di marmi,
lambisca in alto le mura circee di Tuscolo[3].
Abbastanza e fin troppo ricco mi ha reso
la tua liberalità[4]…
– Nella primavera del 31 a.C. Mecenate fu invitato da Augusto, assieme ad altri senatori e cavalieri romani, a raggiungerlo a Brindisi, prima che s’imbarcasse per affrontare, sulle coste dello Ionio, Antonio e Cleopatra. Siamo a pochi mesi dallo scontro finale di Azio. Di fatto, Mecenate non partì, perché Ottaviano lo nominò suo vicario per l’Italia e per Roma. Ma qui, in quest’ora inquieta di attese e partenze, Orazio si mostra sinceramente preoccupato, vuol mostrare al suo amico tutta la sua affettuosa e riconoscente vicinanza e, pur essendo rimasto a Roma, si offre di seguirlo in mezzo ai pericoli della guerra; ciò per mostrargli la propria gratitudine, non certo per desiderio di ricompensa. Proprio nell’allusione al motivo gnomico della bramosia di ricchezza, invero l’unico dell’epodo nel quale Orazio, scoccando una rapida frecciata all’avidità umana, ci ricorda di essere nel regno dei giambi, s’inserisce il riferimento esplicito alla transumanza praticata da grandi allevatori che avevano greggi in Calabria (denominazione che allora indicava, più specificamente, la bassa Puglia fino al golfo di Taranto, un tempo chiamata Terra d’Otranto)[5]. Li trasferivano, prima dei forti calori estivi (ante sidus fervidum), più in alto, nei più freschi pascoli della Lucania[6], per compiere poi il cammino inverso della transumanza in autunno. Allo stesso modo dall’Apulia li conducevano aestivatum, come insegna Varrone (rust. 2, 1, 16, vd. supra), nel Sannio. Un cenno implicito alla transumanza invernale in Puglia è anche in carm. 1, 31, 5-6, dove il poeta ricorda nuovamente «gli armenti graditi (ai padroni) della Calabria infuocata» (aestuosae grata Calabriae / armenta), dove ancora una volta il richiamo è funzionale all’allusione ai proventi di queste prospere aree di pascolo; riuscito è il contrasto fra la ‘sitibonda’ e infuocata Puglia e i grata armenta (dubito che sia necessario contemplare anche l’interpretazione dell’aggettivo nel senso di «graditi a vedersi»). Esso racchiude peraltro il senso stesso della transumanza: proprio in quanto regione «calda»[7], il bestiame vi svernava, ma all’approssimarsi della calura lasciava i suoi pascoli per passare alle pasture lucane. L’aggettivo aestuosus acquista anzi una sfumatura particolare, se il passo è posto in correlazione con la testimonianza dei Punica (Sil. 7, 364-366, vd. infra), che attesta l’uso di incendiare queste aree di pascolo durante l’estate per rigenerarne il suolo. Per questi ricordi di Puglia in Orazio cfr. pure R. Perna, Ricordi di Puglia in Orazio, Bari 1960, 35-37 (Poeti latini di Puglia, Bari 2002, 110-112) e Russi 1990a. Nel cenno alla transumanza estiva a largo raggio questo tipo di pastorizia, quale evidentemente il più fiorente per l’epoca, è direttamente associato (vv. 25-26) all’agricoltura praticata su vasta scala dai grandi proprietari terrieri. Si tratta di due forme di economia produttiva talora contrapposte e più spesso integrate nel sistema economico romano, a seconda anche delle epoche e delle aree geografiche, come ha messo bene in luce Traina 1990 (14-15, 60-65 e, in particolare, per l’età augustea, 72-74). Il richiamo ai proventi del pecus transumante (cfr. pure epist. 1, 8, 6) è dunque storicamente inquadrabile, ma è da porre in relazione, sul piano espressivo, anche con la diffusa etimologia che connette direttamente il peculio alla pecunia. In conclusione, non sembra che la critica abbia rilevato la pertinenza di questa immagine pastorale al contesto dell’epodo, sia per il viaggio in Puglia di Mecenate sia per la sua stagione, coincidente appunto con quella della transumanza estiva.
[1] È per ipallage trasferito dai buoi all’aratro lo sforzo necessario ad essi per tirarlo, o, forse, lo sforzo è volutamente dei buoi e dell’aratro insieme, che è soggetto a logorarsi e spezzarsi.
[2] Il sidus è quello di Sirio o del Cane, al cui sorgere, intorno al 22 luglio, comincia il solleone, ma l’indicazione meteorologica può essere intesa anche genericamente: «prima della grande calura», e dunque in primavera, all’epoca appunto del viaggio a Brindisi.
[3] La tradizione voleva che Tuscolo fosse stata fondata da Telegono, figlio di Ulisse e di Circe. Per avere maggiore frescura le ville erano costruite a ridosso di Tuscolo. L’altezza di queste ville sontuose (superne o superni, a seconda della lezione accolta, si riferisce alla costruzione in altura, ai piedi della quale è l’odierna Frascati) e la frescura che le connota sono in perfetta sintonia con l’immagine dei freschi pascoli estivi delle greggi transumanti appena richiamata. Altrettanto studiato e armonioso risulta anche questo movimento ascensionale dai campi agricoli e dai pianeggianti pascoli di Puglia alle zone montane della Lucania e alle ville in altura di Tuscolo.
[4] Qui allude al dono fattogli da Mecenate, l’anno prima, di una villetta presso Tivoli, con terreno annesso (cfr. carm. 2, 18).
[5] La Calabria indicava allora il territorio della bassa Puglia comprendente l’attuale penisola salentina (cfr. Plin. nat. 3, 99), anche se autori più tardi sembrano comprendervi, secondo un’accezione più vasta, anche la Daunia, costituente la parte settentrionale dell’Apulia (cfr., ad esempio, Schol. Lyc. 592, 602, 615). Per questo, il celebre epitafio di Virgilio morto a Brindisi recita Calabri rapuere e Orazio stesso (carm. 4, 8, 20) allude alle Muse di Ennio, il poeta di Rudiae vicino Lecce, con l’espressione Calabrae Pierides.
[6] Cfr. Schol. Hor. epod. 1, 28 Lucana mutet idest: non ut saltus Lucaniae aestivos accipiam, ad quos greges vitantes aestus Calabriae transferantur.
[7] Cfr. Schol. Hor. carm. 1, 31, 5 non aestuosae grata Calabriae aestuosa enim et aptior pecori regio est.
Libenter hoc et omne militabitur
bellum in tuae spem gratiae,
non ut iuvencis illigata pluribus
aratra nitantur mea
pecusve Calabris ante sidus fervidum
Lucana mutet pascuis,
neque ut superne villa candens Tusculi
Circaea tangat moenia.
Satis superque me benignitas tua
ditavit.
Questa e qualunque guerra si combatterà
nella speranza di riuscirti grato,
e non perché con maggior numero di giovenchi
aggiogati i miei aratri si sforzino[1],
o perché i miei greggi prima della canicola[2]
transumino in Lucania dai pascoli della Puglia,
né perché una villa a me, fulgida di marmi,
lambisca in alto le mura circee di Tuscolo[3].
Abbastanza e fin troppo ricco mi ha reso
la tua liberalità[4]…
– Nella primavera del 31 a.C. Mecenate fu invitato da Augusto, assieme ad altri senatori e cavalieri romani, a raggiungerlo a Brindisi, prima che s’imbarcasse per affrontare, sulle coste dello Ionio, Antonio e Cleopatra. Siamo a pochi mesi dallo scontro finale di Azio. Di fatto, Mecenate non partì, perché Ottaviano lo nominò suo vicario per l’Italia e per Roma. Ma qui, in quest’ora inquieta di attese e partenze, Orazio si mostra sinceramente preoccupato, vuol mostrare al suo amico tutta la sua affettuosa e riconoscente vicinanza e, pur essendo rimasto a Roma, si offre di seguirlo in mezzo ai pericoli della guerra; ciò per mostrargli la propria gratitudine, non certo per desiderio di ricompensa. Proprio nell’allusione al motivo gnomico della bramosia di ricchezza, invero l’unico dell’epodo nel quale Orazio, scoccando una rapida frecciata all’avidità umana, ci ricorda di essere nel regno dei giambi, s’inserisce il riferimento esplicito alla transumanza praticata da grandi allevatori che avevano greggi in Calabria (denominazione che allora indicava, più specificamente, la bassa Puglia fino al golfo di Taranto, un tempo chiamata Terra d’Otranto)[5]. Li trasferivano, prima dei forti calori estivi (ante sidus fervidum), più in alto, nei più freschi pascoli della Lucania[6], per compiere poi il cammino inverso della transumanza in autunno. Allo stesso modo dall’Apulia li conducevano aestivatum, come insegna Varrone (rust. 2, 1, 16, vd. supra), nel Sannio. Un cenno implicito alla transumanza invernale in Puglia è anche in carm. 1, 31, 5-6, dove il poeta ricorda nuovamente «gli armenti graditi (ai padroni) della Calabria infuocata» (aestuosae grata Calabriae / armenta), dove ancora una volta il richiamo è funzionale all’allusione ai proventi di queste prospere aree di pascolo; riuscito è il contrasto fra la ‘sitibonda’ e infuocata Puglia e i grata armenta (dubito che sia necessario contemplare anche l’interpretazione dell’aggettivo nel senso di «graditi a vedersi»). Esso racchiude peraltro il senso stesso della transumanza: proprio in quanto regione «calda»[7], il bestiame vi svernava, ma all’approssimarsi della calura lasciava i suoi pascoli per passare alle pasture lucane. L’aggettivo aestuosus acquista anzi una sfumatura particolare, se il passo è posto in correlazione con la testimonianza dei Punica (Sil. 7, 364-366, vd. infra), che attesta l’uso di incendiare queste aree di pascolo durante l’estate per rigenerarne il suolo. Per questi ricordi di Puglia in Orazio cfr. pure R. Perna, Ricordi di Puglia in Orazio, Bari 1960, 35-37 (Poeti latini di Puglia, Bari 2002, 110-112) e Russi 1990a. Nel cenno alla transumanza estiva a largo raggio questo tipo di pastorizia, quale evidentemente il più fiorente per l’epoca, è direttamente associato (vv. 25-26) all’agricoltura praticata su vasta scala dai grandi proprietari terrieri. Si tratta di due forme di economia produttiva talora contrapposte e più spesso integrate nel sistema economico romano, a seconda anche delle epoche e delle aree geografiche, come ha messo bene in luce Traina 1990 (14-15, 60-65 e, in particolare, per l’età augustea, 72-74). Il richiamo ai proventi del pecus transumante (cfr. pure epist. 1, 8, 6) è dunque storicamente inquadrabile, ma è da porre in relazione, sul piano espressivo, anche con la diffusa etimologia che connette direttamente il peculio alla pecunia. In conclusione, non sembra che la critica abbia rilevato la pertinenza di questa immagine pastorale al contesto dell’epodo, sia per il viaggio in Puglia di Mecenate sia per la sua stagione, coincidente appunto con quella della transumanza estiva.
[1] È per ipallage trasferito dai buoi all’aratro lo sforzo necessario ad essi per tirarlo, o, forse, lo sforzo è volutamente dei buoi e dell’aratro insieme, che è soggetto a logorarsi e spezzarsi.
[2] Il sidus è quello di Sirio o del Cane, al cui sorgere, intorno al 22 luglio, comincia il solleone, ma l’indicazione meteorologica può essere intesa anche genericamente: «prima della grande calura», e dunque in primavera, all’epoca appunto del viaggio a Brindisi.
[3] La tradizione voleva che Tuscolo fosse stata fondata da Telegono, figlio di Ulisse e di Circe. Per avere maggiore frescura le ville erano costruite a ridosso di Tuscolo. L’altezza di queste ville sontuose (superne o superni, a seconda della lezione accolta, si riferisce alla costruzione in altura, ai piedi della quale è l’odierna Frascati) e la frescura che le connota sono in perfetta sintonia con l’immagine dei freschi pascoli estivi delle greggi transumanti appena richiamata. Altrettanto studiato e armonioso risulta anche questo movimento ascensionale dai campi agricoli e dai pianeggianti pascoli di Puglia alle zone montane della Lucania e alle ville in altura di Tuscolo.
[4] Qui allude al dono fattogli da Mecenate, l’anno prima, di una villetta presso Tivoli, con terreno annesso (cfr. carm. 2, 18).
[5] La Calabria indicava allora il territorio della bassa Puglia comprendente l’attuale penisola salentina (cfr. Plin. nat. 3, 99), anche se autori più tardi sembrano comprendervi, secondo un’accezione più vasta, anche la Daunia, costituente la parte settentrionale dell’Apulia (cfr., ad esempio, Schol. Lyc. 592, 602, 615). Per questo, il celebre epitafio di Virgilio morto a Brindisi recita Calabri rapuere e Orazio stesso (carm. 4, 8, 20) allude alle Muse di Ennio, il poeta di Rudiae vicino Lecce, con l’espressione Calabrae Pierides.
[6] Cfr. Schol. Hor. epod. 1, 28 Lucana mutet idest: non ut saltus Lucaniae aestivos accipiam, ad quos greges vitantes aestus Calabriae transferantur.
[7] Cfr. Schol. Hor. carm. 1, 31, 5 non aestuosae grata Calabriae aestuosa enim et aptior pecori regio est.
