Viam fecei ab Regio ad Capuam et
in ea via ponteis omneis, miliarios
tabelariosque poseivei. Hince sunt:
Nouceriam, meilia LI; Capuam, XXCIIII;̣
Muranum, LXXIIII; Cosentiam, CXXIII;
Valentiam, CLXXX; ad fretum, ad
statuam, CCXXXI; Regium CCXXXVII.
Suma af Capua Regium: meilia CCCXXI.
Et eidem praetor in
Sicilia fugiteivos Italicorum
conquaeisivei redideique
homines DCCCCXVII, eidemque
primus fecei, ut de agro poplico
aratoribus cederent paastores.
Forum aedisque poplicas heic fecei.
Ho fatto realizzare la via da Reggio a Capua e vi ho posto tutti i ponti, i miliari e i segnali stradali[1]. Le distanze da questo punto: fino a Nocera, 51 miglia; a Capua, 84; a Morano, 74; a Cosenza, 123; a Vibo Valentia, 180; alla statua presso lo stretto, 231; a Reggio, 237. Da Capua a Reggio la distanza complessiva è di 321 miglia.
E io stesso, quand’ero pretore in Sicilia, ricercai e riconsegnai [ai loro padroni] 917 schiavi fuggitivi degli Italici, e per primo feci in modo che sull’agro pubblico i pastori cedessero[2] agli agricoltori.
In questo luogo ho eretto un foro e gli edifici pubblici.

Figura 1 – Elogio di Polla (particolare dello specchio epigrafico)
– L’epigrafe (una lastra di marmo di 70 x 74 cm, figg. 1-2), che prende il nome dal luogo del suo rinvenimento (San Pietro di Polla, in provincia di Salerno) costituisce una delle testimonianze più antiche della contrapposizione fra agricoltura e pastorizia nell’evoluzione dei sistemi economici romani di sfruttamento del territorio in età repubblicana. Secondo l’interpretazione più accreditata, l’iscrizione potrebbe essere stata apposta da C. Popilio Lenate, intorno al 131 a.C., presso Forum Popilii in Lucania, lungo la via che conduceva da Reggio a Capua. Più recentemente, Adamo 2016 ha posto in dubbio la possibilità di identificare l’ignoto magistrato che si auto-celebra nell’epigrafe con qualcuno degli Annii o Popilii presi in rassegna da Mommsen in poi, ribadendo tuttavia, sulla base del confronto con una pietra miliare associata alla stessa strada menzionata nell’elogio, una datazione precedente al 131 a.C. Secondo lo studioso, l’epigrafe costituirebbe una sorta di tabula triumphalis delle azioni condotte dall’ignoto magistrato intorno agli anni 150-140 a.C., funzionale all’autopromozione e a ingraziarsi esponenti di una classe imprenditoriale esterna interessata a investimenti agricoli in Sicilia, nell’ambito degli appalti e delle assegnazioni dell’ager publicus, a danno dell’allevamento locale. Più precisamente, Adamo (2016, 90-91) ipotizza che «the audience of the lapis Pollae should be identified as those wealthy individuals from Roman colonies in Lucania, as well as from Campania, who were shitfting the balance of local economy towards arable farming as early as the second century B.C.». Queste élites coloniali lucane disponevano contestualmente di una grande quantità di manodopera servile, come si evince dal riferimento, nei rr. 10-12 del lapis Pollae, agli schiavi fuggitivi riconsegnati ai loro padroni (in quanto verosimilmente marchiati, proprio come era in uso in Sicilia). Secondo la storica teoria di Toynbee 1965, la guerra annibalica ebbe conseguenze catastrofiche per l’agricoltura meridionale e avrebbe favorito la diffusione della pastorizia e dell’allevamento transumante sia con le confische di terreni confluiti nell’ager publicus sia per le devastazioni e lo spopolamento di quelle aree geografiche i cui abitanti avevano sostenuto Annibale e pagato le conseguenze dello schieramento. Tale teoria è stata in tempi più recenti ridimensionata, sulla scorta soprattutto delle indagini archeologiche, che attestano la presenza di un’economia integrata anche in queste aree meridionali, soprattutto della Lucania, dove la preferenza accordata all’allevamento e alla pastorizia a lunga distanza sarebbe stata piuttosto indotta dalle condizioni stesse del suolo e dalla mancanza delle infrastrutture necessarie e ben più costose per le coltivazioni. È possibile, dunque, che l’epigrafe non debba essere posta in stretta relazione con le riforme agrarie dei Gracchi[3], peraltro cronologicamente troppo prossime all’epoca presunta dell’epigrafe, ma a forme di sfruttamento ‘nuovo’ e integrato dei terreni da parte di investitori campani e lucani, rispetto a forme esclusive di impiego dell’ager publicus attraverso l’allevamento transumante. Del resto, come sottolinea Traina 1990 (15), «la pastorizia, con il sistema collaudato delle transumanze, era una forma economica mutevole» e interessi contrastanti ormai emergevano, oltre che fra pastori indigeni, publicani e nuovi proprietari delle aree confiscate, anche all’interno delle stesse élites coinvolte nello sfruttamento delle colonie.

Fig. 2 - Elogio di Polla (o lapis Pollae): il miliario con l’epigrafe, davanti alla Taverna del Passo, lungo l’ex Strada statale 19 delle Calabrie
[1] Per questo significato particolare del termine tabellarius vd. OLD2, s.v., §1, che sottintende un sostantivo come stipes. Cfr. Adamo 2016, 74 ad loc.: «direction-posts».
[2] Si utilizza un’espressione generica per tradurre il cederent dell’iscrizione, tenendo conto del fatto che, rispetto al TLL (s.v. cedo, III 720, 57-58), che include l’occorrenza sotto l’accezione di ‘locum dare, relinquere’, per cui si potrebbe tradurre in modo più esplicito «il primo a far sì che i pastori si allontanassero dall’agro pubblico, in favore dei coltivatori», Adamo 2016 (86 nn. 38-39), ritiene che il senso del verbo nel contesto specifico sia piuttosto quello di «give priority to someone with regard to something» (86), e dunque quello di «concedere» e non di «cedere».
[3] Adamo 2016, 84: «I will suggest that the regulation concerning ager publicus had nothing to do with the Graccan land distributions, but was a magisterial ruling over the use of public land in Sicily».
Termini presenti nel glossario: publicanus.
Viam fecei ab Regio ad Capuam et
in ea via ponteis omneis, miliarios
tabelariosque poseivei. Hince sunt:
Nouceriam, meilia LI; Capuam, XXCIIII;̣
Muranum, LXXIIII; Cosentiam, CXXIII;
Valentiam, CLXXX; ad fretum, ad
statuam, CCXXXI; Regium CCXXXVII.
Suma af Capua Regium: meilia CCCXXI.
Et eidem praetor in
Sicilia fugiteivos Italicorum
conquaeisivei redideique
homines DCCCCXVII, eidemque
primus fecei, ut de agro poplico
aratoribus cederent paastores.
Forum aedisque poplicas heic fecei.
Ho fatto realizzare la via da Reggio a Capua e vi ho posto tutti i ponti, i miliari e i segnali stradali[1]. Le distanze da questo punto: fino a Nocera, 51 miglia; a Capua, 84; a Morano, 74; a Cosenza, 123; a Vibo Valentia, 180; alla statua presso lo stretto, 231; a Reggio, 237. Da Capua a Reggio la distanza complessiva è di 321 miglia.
E io stesso, quand’ero pretore in Sicilia, ricercai e riconsegnai [ai loro padroni] 917 schiavi fuggitivi degli Italici, e per primo feci in modo che sull’agro pubblico i pastori cedessero[2] agli agricoltori.
In questo luogo ho eretto un foro e gli edifici pubblici.

Figura 1 – Elogio di Polla (particolare dello specchio epigrafico)
– L’epigrafe (una lastra di marmo di 70 x 74 cm, figg. 1-2), che prende il nome dal luogo del suo rinvenimento (San Pietro di Polla, in provincia di Salerno) costituisce una delle testimonianze più antiche della contrapposizione fra agricoltura e pastorizia nell’evoluzione dei sistemi economici romani di sfruttamento del territorio in età repubblicana. Secondo l’interpretazione più accreditata, l’iscrizione potrebbe essere stata apposta da C. Popilio Lenate, intorno al 131 a.C., presso Forum Popilii in Lucania, lungo la via che conduceva da Reggio a Capua. Più recentemente, Adamo 2016 ha posto in dubbio la possibilità di identificare l’ignoto magistrato che si auto-celebra nell’epigrafe con qualcuno degli Annii o Popilii presi in rassegna da Mommsen in poi, ribadendo tuttavia, sulla base del confronto con una pietra miliare associata alla stessa strada menzionata nell’elogio, una datazione precedente al 131 a.C. Secondo lo studioso, l’epigrafe costituirebbe una sorta di tabula triumphalis delle azioni condotte dall’ignoto magistrato intorno agli anni 150-140 a.C., funzionale all’autopromozione e a ingraziarsi esponenti di una classe imprenditoriale esterna interessata a investimenti agricoli in Sicilia, nell’ambito degli appalti e delle assegnazioni dell’ager publicus, a danno dell’allevamento locale. Più precisamente, Adamo (2016, 90-91) ipotizza che «the audience of the lapis Pollae should be identified as those wealthy individuals from Roman colonies in Lucania, as well as from Campania, who were shitfting the balance of local economy towards arable farming as early as the second century B.C.». Queste élites coloniali lucane disponevano contestualmente di una grande quantità di manodopera servile, come si evince dal riferimento, nei rr. 10-12 del lapis Pollae, agli schiavi fuggitivi riconsegnati ai loro padroni (in quanto verosimilmente marchiati, proprio come era in uso in Sicilia). Secondo la storica teoria di Toynbee 1965, la guerra annibalica ebbe conseguenze catastrofiche per l’agricoltura meridionale e avrebbe favorito la diffusione della pastorizia e dell’allevamento transumante sia con le confische di terreni confluiti nell’ager publicus sia per le devastazioni e lo spopolamento di quelle aree geografiche i cui abitanti avevano sostenuto Annibale e pagato le conseguenze dello schieramento. Tale teoria è stata in tempi più recenti ridimensionata, sulla scorta soprattutto delle indagini archeologiche, che attestano la presenza di un’economia integrata anche in queste aree meridionali, soprattutto della Lucania, dove la preferenza accordata all’allevamento e alla pastorizia a lunga distanza sarebbe stata piuttosto indotta dalle condizioni stesse del suolo e dalla mancanza delle infrastrutture necessarie e ben più costose per le coltivazioni. È possibile, dunque, che l’epigrafe non debba essere posta in stretta relazione con le riforme agrarie dei Gracchi[3], peraltro cronologicamente troppo prossime all’epoca presunta dell’epigrafe, ma a forme di sfruttamento ‘nuovo’ e integrato dei terreni da parte di investitori campani e lucani, rispetto a forme esclusive di impiego dell’ager publicus attraverso l’allevamento transumante. Del resto, come sottolinea Traina 1990 (15), «la pastorizia, con il sistema collaudato delle transumanze, era una forma economica mutevole» e interessi contrastanti ormai emergevano, oltre che fra pastori indigeni, publicani e nuovi proprietari delle aree confiscate, anche all’interno delle stesse élites coinvolte nello sfruttamento delle colonie.

Fig. 2 - Elogio di Polla (o lapis Pollae): il miliario con l’epigrafe, davanti alla Taverna del Passo, lungo l’ex Strada statale 19 delle Calabrie
[1] Per questo significato particolare del termine tabellarius vd. OLD2, s.v., §1, che sottintende un sostantivo come stipes. Cfr. Adamo 2016, 74 ad loc.: «direction-posts».
[2] Si utilizza un’espressione generica per tradurre il cederent dell’iscrizione, tenendo conto del fatto che, rispetto al TLL (s.v. cedo, III 720, 57-58), che include l’occorrenza sotto l’accezione di ‘locum dare, relinquere’, per cui si potrebbe tradurre in modo più esplicito «il primo a far sì che i pastori si allontanassero dall’agro pubblico, in favore dei coltivatori», Adamo 2016 (86 nn. 38-39), ritiene che il senso del verbo nel contesto specifico sia piuttosto quello di «give priority to someone with regard to something» (86), e dunque quello di «concedere» e non di «cedere».
[3] Adamo 2016, 84: «I will suggest that the regulation concerning ager publicus had nothing to do with the Graccan land distributions, but was a magisterial ruling over the use of public land in Sicily».
Termini presenti nel glossario: publicanus.
