Per iuga, per valles errat Vulcania pestis
nusquam stante malo, vicinaque litora fulgent.
Quam multa affixus caelo sub nocte serena
fluctibus e mediis sulcator navita ponti
astra videt, quam multa videt, fervoribus atris
cum Calabros urunt ad pinguia pabula saltus,
vertice Gargani residens incendia pastor.
Il flagello di Vulcano si propaga per i gioghi montuosi e per le valli, senza mai arrestarsi, ed anche il litorale riluce per le fiamme. Tanto numerose sono le stelle che il marinaio solcando il mare scorge a largo, volgendo lo sguardo al cielo in una notte serena; tanti gli incendi che il pastore osserva stando in cima al Gargano, mentre fra nere vampate si bruciano i pascoli della Puglia, per rendervi più grasse le aree di pastura.
– Il passo, di grande afflato poetico, ritrae un pastore che dall’alto del Gargano riesce a spingere lo sguardo fino alle lontane pianure del Tavoliere dove, nel pieno della calura estiva, vengono bruciate le stoppie e le erbe ormai secche dei saltus adibiti al pascolo invernale, per favorire appunto la crescita di nuovi erbaggi che serviranno alla pastura delle greggi che scenderanno al piano a svernare. I termini saltus* e pabula specificano il riferimento alla pastorizia ed escludono, nonostante il sistema sia lo stesso, che i campi a cui allude Silio Italico siano dei terreni agricoli (come ad esempio in Verg. georg. 1, 84 e Lucan. 9, 182). La testimonianza bene s’integra con quella dell’epodo oraziano (§ 12), che ritrae la fase precedente nei cicli dell’allevamento transumante, quella della migrazione degli armenti dall’aestuosa Calabria per la monticazione.
Il contesto in cui è inserito il quadretto pastorale è quello dello stratagemma di Annibale, che proprio dalla terra di Dauno (v. 157) si era spostato in territorio campano, ma rischiava di restare bloccato nelle campagne del Falerno, stretto fra Formia e le paludi di Literno, essendogli sbarrata da Quinto Fabio Massimo la via di Casilino. Il cartaginese ricorse al geniale espediente di legare delle fascine di rami e sarmenti secchi alle corna dei buoi, frutto di razzia, che portava con sé in gran numero (circa duemila riferisce Livio). Ordinò così ad Asdrubale di spingere quella mandria verso i monti, fin sopra i valichi occupati dal nemico, dando fuoco alle corna degli animali, che propagarono rapidamente gli incendi correndo all’impazzata per le selve. I fuochi gettarono nel panico i Romani, che pensarono di essere stati circondati e abbandonarono perciò il presidio. La fonte principale di questo episodio dei Punica è, come di consueto, Tito Livio (22, 16-17) e non è pertanto casuale questa similitudine fra gli incendi dei buoi di Annibale e quello dei pascoli apuli, se si considera che la tappa successiva dell’esercito di Annibale fu proprio l’agro di Larino e la Puglia (Liv. 22, 18), aree inserite nei circuiti della transumanza, a cui lo storico augusteo aveva esplicitamente accennato nei capitoli precedenti dello stesso libro.
Termini presenti nel glossario: saltus.
Per iuga, per valles errat Vulcania pestis
nusquam stante malo, vicinaque litora fulgent.
Quam multa affixus caelo sub nocte serena
fluctibus e mediis sulcator navita ponti
astra videt, quam multa videt, fervoribus atris
cum Calabros urunt ad pinguia pabula saltus,
vertice Gargani residens incendia pastor.
Il flagello di Vulcano si propaga per i gioghi montuosi e per le valli, senza mai arrestarsi, ed anche il litorale riluce per le fiamme. Tanto numerose sono le stelle che il marinaio solcando il mare scorge a largo, volgendo lo sguardo al cielo in una notte serena; tanti gli incendi che il pastore osserva stando in cima al Gargano, mentre fra nere vampate si bruciano i pascoli della Puglia, per rendervi più grasse le aree di pastura.
– Il passo, di grande afflato poetico, ritrae un pastore che dall’alto del Gargano riesce a spingere lo sguardo fino alle lontane pianure del Tavoliere dove, nel pieno della calura estiva, vengono bruciate le stoppie e le erbe ormai secche dei saltus adibiti al pascolo invernale, per favorire appunto la crescita di nuovi erbaggi che serviranno alla pastura delle greggi che scenderanno al piano a svernare. I termini saltus* e pabula specificano il riferimento alla pastorizia ed escludono, nonostante il sistema sia lo stesso, che i campi a cui allude Silio Italico siano dei terreni agricoli (come ad esempio in Verg. georg. 1, 84 e Lucan. 9, 182). La testimonianza bene s’integra con quella dell’epodo oraziano (§ 12), che ritrae la fase precedente nei cicli dell’allevamento transumante, quella della migrazione degli armenti dall’aestuosa Calabria per la monticazione.
Il contesto in cui è inserito il quadretto pastorale è quello dello stratagemma di Annibale, che proprio dalla terra di Dauno (v. 157) si era spostato in territorio campano, ma rischiava di restare bloccato nelle campagne del Falerno, stretto fra Formia e le paludi di Literno, essendogli sbarrata da Quinto Fabio Massimo la via di Casilino. Il cartaginese ricorse al geniale espediente di legare delle fascine di rami e sarmenti secchi alle corna dei buoi, frutto di razzia, che portava con sé in gran numero (circa duemila riferisce Livio). Ordinò così ad Asdrubale di spingere quella mandria verso i monti, fin sopra i valichi occupati dal nemico, dando fuoco alle corna degli animali, che propagarono rapidamente gli incendi correndo all’impazzata per le selve. I fuochi gettarono nel panico i Romani, che pensarono di essere stati circondati e abbandonarono perciò il presidio. La fonte principale di questo episodio dei Punica è, come di consueto, Tito Livio (22, 16-17) e non è pertanto casuale questa similitudine fra gli incendi dei buoi di Annibale e quello dei pascoli apuli, se si considera che la tappa successiva dell’esercito di Annibale fu proprio l’agro di Larino e la Puglia (Liv. 22, 18), aree inserite nei circuiti della transumanza, a cui lo storico augusteo aveva esplicitamente accennato nei capitoli precedenti dello stesso libro.
Termini presenti nel glossario: saltus.
