[10, 1] Ad maiores pecudes aetate superiores, ad minores etiam pueros, [ut] utroque horum firmiores qui in callibus versentur, quam eos qui in fundo cotidie ad villam redeant. Itaque in saltibus licet videre iuventutem, et eam fere armatam, cum in fundis non modo pueri sed etiam puellae pascant. [2] Qui pascunt, eos cogere oportet in pastione diem totum esse, pascere communiter, contra pernoctare ad suum quemque gregem; esse omnes sub uno magistro pecoris: eum esse maiorem natu potius quam alios [s]et peritiorem quam reliquos, quod is, qui aetate et scientia praestant, animo aequiore reliqui parent. [3] Ita tamen oportet aetate praestare, ut ne propter senectutem minus substinere possit labores. Neque enim senes neque pueri callium difficultatem ac montium arduitatem atque asperitatem facile ferunt, quod patiendum illis qui greges secuntur, praesertim armenticios ac caprinos, quibus rupes ac silvae ad pabulandum cordi.
[10, 1] I pastori devono essere più grandi d’età per le bestie più grandi, possono essere anche ragazzi, invece, per il bestiame minuto, e per entrambe le tipologie quelli che staranno sulle vie armentizie dovranno essere più robusti di coloro che, vivendo nel fondo, tornano ogni giorno alla fattoria. E perciò sui pascoli si possono vedere dei giovani, e quasi sempre armati, mentre nei poderi a badare al gregge vi sono non solo ragazzi, ma anche fanciulle. [2] Bisogna che questi che portano al pascolo il gregge vi stiano tutto il giorno e insieme, mentre devono pernottare ciascuno presso il proprio gregge; tutti, poi, devono avere un unico capo, più grande d’età rispetto agli altri e più esperto, perché ai maggiori d’età e più esperti si obbedisce più volentieri. [3] Costui però non deve essere d’età tanto avanzata da non poter sostenere le fatiche. Infatti, né i vecchi né i ragazzi affrontano facilmente le difficoltà dei percorsi e l’altezza e asprezza dei monti, fatiche che devono essere in grado di sopportare invece coloro che seguono il gregge, soprattutto quello delle capre e del bestiame grosso, che predilige pascolare per selve e rocce.
– La transumanza è da sempre considerata la tipologia più faticosa di allevamento degli armenti per le distanze che si devono percorrere, i rigori del tempo mutevole e i percorsi impervi. Il pastore transumante deve perciò essere più forte degli altri. Il passo è rilevante, anzitutto, per il discrimine fondamentale fra la pastorizia stanziale e quella che definiremmo oggi transumante, essenzialmente posto nella distinzione fra il bestiame che pascola in un raggio circoscritto attorno al fondo rustico (e nel breve lasso giornaliero) e le greggi che percorrono le vie armentizie allontanandosi per diverso tempo, al fine di raggiungere aree di pascolo remote e impervie[1]. Ciò significa che Varrone non sembra operare una chiara distinzione fra una monticazione su piccola scala, cioè il trasferimento degli armenti dalle zone di pianura o di collina ai pascoli di alta quota, nell’ambito però di una stessa regione o area geografica (il sistema moderno della Morra o delle cosiddette “pecore rimaste”), e le periodiche e massicce migrazioni delle greggi dalle montagne abruzzesi alle pianure apule. In secondo luogo, nel brano si delinea la figura del magister pecoris*, espressione da alcuni ricondotta quasi a un vocabolario specifico della transumanza col significato di «capo-pastore», ruolo che in rust. 1, 2, 14 Varrone associa a quello del vilicus nell’ambito dell’azienda agricola. Costui, stando almeno a questa testimonianza di Varrone, non era un pastore come gli altri: doveva essere anche in grado di leggere e far di conto, rispettivamente, per poter somministrare cure mediche (attraverso le ricette che portava con sé) agli animali che si ammalavano, e per seguire la registrazione e le pratiche fiscali relative ai capi di bestiame[2]. Doveva provvedere inoltre alla salute degli altri pastori che da lui dipendevano e mantenere fra di loro (maschi e femmine) la disciplina e l’ordine di ruoli e mansioni. Columella fornisce un ritratto molto simile a quello varroniano e aggiunge che, a differenza dei pastori comuni, il magister pecoris non seguiva il gregge ma lo precedeva[3]. Se si tiene conto del fatto che i transumanti erano anche armati per difendere se stessi e il gregge da lupi e briganti, è plausibile che il magister pecoris rivestisse quasi un ruolo di dux all’interno del gruppo e che quindi godesse di un’autonomia e di un certo potere, che lo differenziavano in modo netto dall’opilio vilicus, il quale lavorava comunque alle dipendenze del vilicus[4]. Si deve aggiungere, tuttavia, che tale accezione specifica di magister pecoris, corrispondente cioè alla figura di «capo-pastore», ha scarsi paralleli, a fronte di un uso più generico dell’espressione, in contesti che escludono o comunque non esplicitano la pratica della transumanza.
[1] È questo uno dei significati propri di saltus*, spesso impiegato per indicare spazi incolti o incoltivabili, perché coperti di boschi e di difficile accesso, per cui il termine occorre spesso come sinonimo o in unione con silva.
[2] Le notizie sono in Varrone stesso: cfr. rust. 2, 1, 23; 2, 2, 20; 2, 5, 18; 2, 7, 17; 2, 10, 10.
[3] Colum. 7, 6. Più generica, invece, la definizione fornita da Servio ad Aen. 7, 485 (magister autem pecoris est ad quem omnia pertinent animalia). Sulla figura del magister pecoris e sull’ipotesi di un’accezione tecnica di tale espressione si veda l’esame più analitico, s.v., nella sezione del Lessico.
[4] È condivisibile, in merito, l’osservazione di Carlsen 1992, che nel suo contributo specifico sul magister pecoris rivede l’opinione espressa da Flach, argomentando contro la tesi che questi avesse un ruolo subalterno (63).
[10, 1] Ad maiores pecudes aetate superiores, ad minores etiam pueros, [ut] utroque horum firmiores qui in callibus versentur, quam eos qui in fundo cotidie ad villam redeant. Itaque in saltibus licet videre iuventutem, et eam fere armatam, cum in fundis non modo pueri sed etiam puellae pascant. [2] Qui pascunt, eos cogere oportet in pastione diem totum esse, pascere communiter, contra pernoctare ad suum quemque gregem; esse omnes sub uno magistro pecoris: eum esse maiorem natu potius quam alios [s]et peritiorem quam reliquos, quod is, qui aetate et scientia praestant, animo aequiore reliqui parent. [3] Ita tamen oportet aetate praestare, ut ne propter senectutem minus substinere possit labores. Neque enim senes neque pueri callium difficultatem ac montium arduitatem atque asperitatem facile ferunt, quod patiendum illis qui greges secuntur, praesertim armenticios ac caprinos, quibus rupes ac silvae ad pabulandum cordi.
[10, 1] I pastori devono essere più grandi d’età per le bestie più grandi, possono essere anche ragazzi, invece, per il bestiame minuto, e per entrambe le tipologie quelli che staranno sulle vie armentizie dovranno essere più robusti di coloro che, vivendo nel fondo, tornano ogni giorno alla fattoria. E perciò sui pascoli si possono vedere dei giovani, e quasi sempre armati, mentre nei poderi a badare al gregge vi sono non solo ragazzi, ma anche fanciulle. [2] Bisogna che questi che portano al pascolo il gregge vi stiano tutto il giorno e insieme, mentre devono pernottare ciascuno presso il proprio gregge; tutti, poi, devono avere un unico capo, più grande d’età rispetto agli altri e più esperto, perché ai maggiori d’età e più esperti si obbedisce più volentieri. [3] Costui però non deve essere d’età tanto avanzata da non poter sostenere le fatiche. Infatti, né i vecchi né i ragazzi affrontano facilmente le difficoltà dei percorsi e l’altezza e asprezza dei monti, fatiche che devono essere in grado di sopportare invece coloro che seguono il gregge, soprattutto quello delle capre e del bestiame grosso, che predilige pascolare per selve e rocce.
– La transumanza è da sempre considerata la tipologia più faticosa di allevamento degli armenti per le distanze che si devono percorrere, i rigori del tempo mutevole e i percorsi impervi. Il pastore transumante deve perciò essere più forte degli altri. Il passo è rilevante, anzitutto, per il discrimine fondamentale fra la pastorizia stanziale e quella che definiremmo oggi transumante, essenzialmente posto nella distinzione fra il bestiame che pascola in un raggio circoscritto attorno al fondo rustico (e nel breve lasso giornaliero) e le greggi che percorrono le vie armentizie allontanandosi per diverso tempo, al fine di raggiungere aree di pascolo remote e impervie[1]. Ciò significa che Varrone non sembra operare una chiara distinzione fra una monticazione su piccola scala, cioè il trasferimento degli armenti dalle zone di pianura o di collina ai pascoli di alta quota, nell’ambito però di una stessa regione o area geografica (il sistema moderno della Morra o delle cosiddette “pecore rimaste”), e le periodiche e massicce migrazioni delle greggi dalle montagne abruzzesi alle pianure apule. In secondo luogo, nel brano si delinea la figura del magister pecoris*, espressione da alcuni ricondotta quasi a un vocabolario specifico della transumanza col significato di «capo-pastore», ruolo che in rust. 1, 2, 14 Varrone associa a quello del vilicus nell’ambito dell’azienda agricola. Costui, stando almeno a questa testimonianza di Varrone, non era un pastore come gli altri: doveva essere anche in grado di leggere e far di conto, rispettivamente, per poter somministrare cure mediche (attraverso le ricette che portava con sé) agli animali che si ammalavano, e per seguire la registrazione e le pratiche fiscali relative ai capi di bestiame[2]. Doveva provvedere inoltre alla salute degli altri pastori che da lui dipendevano e mantenere fra di loro (maschi e femmine) la disciplina e l’ordine di ruoli e mansioni. Columella fornisce un ritratto molto simile a quello varroniano e aggiunge che, a differenza dei pastori comuni, il magister pecoris non seguiva il gregge ma lo precedeva[3]. Se si tiene conto del fatto che i transumanti erano anche armati per difendere se stessi e il gregge da lupi e briganti, è plausibile che il magister pecoris rivestisse quasi un ruolo di dux all’interno del gruppo e che quindi godesse di un’autonomia e di un certo potere, che lo differenziavano in modo netto dall’opilio vilicus, il quale lavorava comunque alle dipendenze del vilicus[4]. Si deve aggiungere, tuttavia, che tale accezione specifica di magister pecoris, corrispondente cioè alla figura di «capo-pastore», ha scarsi paralleli, a fronte di un uso più generico dell’espressione, in contesti che escludono o comunque non esplicitano la pratica della transumanza.
[1] È questo uno dei significati propri di saltus*, spesso impiegato per indicare spazi incolti o incoltivabili, perché coperti di boschi e di difficile accesso, per cui il termine occorre spesso come sinonimo o in unione con silva.
[2] Le notizie sono in Varrone stesso: cfr. rust. 2, 1, 23; 2, 2, 20; 2, 5, 18; 2, 7, 17; 2, 10, 10.
[3] Colum. 7, 6. Più generica, invece, la definizione fornita da Servio ad Aen. 7, 485 (magister autem pecoris est ad quem omnia pertinent animalia). Sulla figura del magister pecoris e sull’ipotesi di un’accezione tecnica di tale espressione si veda l’esame più analitico, s.v., nella sezione del Lessico.
[4] È condivisibile, in merito, l’osservazione di Carlsen 1992, che nel suo contributo specifico sul magister pecoris rivede l’opinione espressa da Flach, argomentando contro la tesi che questi avesse un ruolo subalterno (63).
