Quid tibi pastores Libyae, quid pascua versu
prosequar et raris habitata mapalia tectis?
Saepe diem noctemque et totum ex ordine mensem
pascitur itque pecus longa in deserta sine ullis
hospitiis: tantum campi iacet. Omnia secum
armentarius Afer agit, tectumque laremque
armaque Amyclaeumque canem Cressamque pharetram;
non secus ac patriis acer Romanus in armis
iniusto sub fasce viam cum carpit, et hosti
ante exspectatum positis stat in agmine castris.
A che ti canterò in versi i pastori della Libia e i loro pascoli e le capanne abitate da gruppi dispersi? Spesso di giorno e di notte e per tutto un mese senza interruzione il loro gregge pascola e va per vasti deserti senza alcun riparo[1]: così sconfinata è la pianura laggiù. Il pastore africano porta tutto con sé, la tenda, il focolare, gli attrezzi e il cane amiclèo e la faretra cretese[2], non diversamente dal soldato romano, quando infaticabile nell’esercito patrio percorre la via sotto un fardello enorme e, posto l’accampamento, inaspettatamente si schiera in battaglia davanti al nemico.
– Nei versi che seguono il poeta si accinge a descrivere le diverse forme di allevamento pro qualitate provinciarum. Fra i genera pastionum più esotici è introdotto questo quadretto africano marcato da una forte coloritura esotica, certamente funzionale a sollevare dal tenore precettistico e dal contenuto scarsamente poetico la materia affrontata. La vita dei pastori nomadi dell’Africa non corrisponde propriamente a quella dei pastori transumanti italici. Tuttavia, numerose sono le affinità: il pastore errante porta con sé tutto il necessario e la descrizione richiama le informazioni in merito fornite da Varrone (rust. 2, 2, 9), che il poeta augusteo potrebbe aver tenuto presenti, ma ricorda anche la celebre scena del pastore transumante coi suoi bagagli rappresentata sull’antico bassorilievo del Museo civico di Sulmona. Non sembra casuale l’affinità che si potrebbe cogliere a colpo d’occhio fra il rilievo sulmonese e i più diffusi bassorilievi romani con scene di impedimenta. E ciò che più colpisce in questo quadretto poetico è proprio la similitudine esplicitata fra il pastore e il legionario: come il miles romano che marcia nelle lontane terre di conquista sotto il grave peso dell’armatura e della sarcina (si calcola un bagaglio di circa 30 chilogrammi a testa, bastante per circa un mese), così gravosa è la fatica del pastore numida. Egli è come un milite, pronto all’impresa, paziente e tenace nel sopportare le fatiche. Al di là del motivo eroico, interessa qui l’analogia fra vita pastorale e vita militare, che non può essere estesa a qualsiasi forma di pastorizia, ma solo a quella nomade e transumante. Il lessico relativo ad essa e quello militare presentano una serie nutrita di termini comuni e similitudini come questa non mancano nella produzione latina, riproposte con diverse variazioni (si veda, in particolare, Liv. 22, 14, 8).

Rilievo della transumanza (I sec. a.C.). Museo civico di Sulmona
[1] Quello, s’intende, delle stalle. Così pure Serv. ad loc.: sine stabulis.
[2] Un cane di Amicle (città della Laconia) e una faretra di Creta, isola famosa per i suoi arcieri, sono qui due semplici epiteti esornativi, che non pertengono certo ad un povero e vagante pastore africano. Cfr. Serv. auct. ad loc.: ‘Amyclaeum’ non Laconicum, sed pro bono cane accipiendum; item ‘Cressamque pharetram’ pro bona.
Quid tibi pastores Libyae, quid pascua versu
prosequar et raris habitata mapalia tectis?
Saepe diem noctemque et totum ex ordine mensem
pascitur itque pecus longa in deserta sine ullis
hospitiis: tantum campi iacet. Omnia secum
armentarius Afer agit, tectumque laremque
armaque Amyclaeumque canem Cressamque pharetram;
non secus ac patriis acer Romanus in armis
iniusto sub fasce viam cum carpit, et hosti
ante exspectatum positis stat in agmine castris.
A che ti canterò in versi i pastori della Libia e i loro pascoli e le capanne abitate da gruppi dispersi? Spesso di giorno e di notte e per tutto un mese senza interruzione il loro gregge pascola e va per vasti deserti senza alcun riparo[1]: così sconfinata è la pianura laggiù. Il pastore africano porta tutto con sé, la tenda, il focolare, gli attrezzi e il cane amiclèo e la faretra cretese[2], non diversamente dal soldato romano, quando infaticabile nell’esercito patrio percorre la via sotto un fardello enorme e, posto l’accampamento, inaspettatamente si schiera in battaglia davanti al nemico.
– Nei versi che seguono il poeta si accinge a descrivere le diverse forme di allevamento pro qualitate provinciarum. Fra i genera pastionum più esotici è introdotto questo quadretto africano marcato da una forte coloritura esotica, certamente funzionale a sollevare dal tenore precettistico e dal contenuto scarsamente poetico la materia affrontata. La vita dei pastori nomadi dell’Africa non corrisponde propriamente a quella dei pastori transumanti italici. Tuttavia, numerose sono le affinità: il pastore errante porta con sé tutto il necessario e la descrizione richiama le informazioni in merito fornite da Varrone (rust. 2, 2, 9), che il poeta augusteo potrebbe aver tenuto presenti, ma ricorda anche la celebre scena del pastore transumante coi suoi bagagli rappresentata sull’antico bassorilievo del Museo civico di Sulmona. Non sembra casuale l’affinità che si potrebbe cogliere a colpo d’occhio fra il rilievo sulmonese e i più diffusi bassorilievi romani con scene di impedimenta. E ciò che più colpisce in questo quadretto poetico è proprio la similitudine esplicitata fra il pastore e il legionario: come il miles romano che marcia nelle lontane terre di conquista sotto il grave peso dell’armatura e della sarcina (si calcola un bagaglio di circa 30 chilogrammi a testa, bastante per circa un mese), così gravosa è la fatica del pastore numida. Egli è come un milite, pronto all’impresa, paziente e tenace nel sopportare le fatiche. Al di là del motivo eroico, interessa qui l’analogia fra vita pastorale e vita militare, che non può essere estesa a qualsiasi forma di pastorizia, ma solo a quella nomade e transumante. Il lessico relativo ad essa e quello militare presentano una serie nutrita di termini comuni e similitudini come questa non mancano nella produzione latina, riproposte con diverse variazioni (si veda, in particolare, Liv. 22, 14, 8).

Rilievo della transumanza (I sec. a.C.). Museo civico di Sulmona
[1] Quello, s’intende, delle stalle. Così pure Serv. ad loc.: sine stabulis.
[2] Un cane di Amicle (città della Laconia) e una faretra di Creta, isola famosa per i suoi arcieri, sono qui due semplici epiteti esornativi, che non pertengono certo ad un povero e vagante pastore africano. Cfr. Serv. auct. ad loc.: ‘Amyclaeum’ non Laconicum, sed pro bono cane accipiendum; item ‘Cressamque pharetram’ pro bona.
