[161] Anchari et Paceni[1] pastoribus huius vilicos vim et manus attulisse[2]. Cum quaedam in callibus[3], ut solet, controversia pastorum esset orta, Habiti vilici rem domini et privatam possessionem defenderunt. Cum esset expostulatio facta, causa illis demonstrata sine iudicio controversiaque discessum est.

I villici[4] del mio cliente avrebbero anche maltrattato e malmenato i pastori di Anacario e di Paceno. Si trattò di una delle consuete liti che insorgono fra i pastori sui pascoli: i villici di Abito non fecero che difendere la proprietà privata del loro padrone. Dopo la presentazione dell’esposto, i fatti furono chiariti con la parte avversa e la cosa finì senza alcun processo e dibattito.

– Nella Pro Cluentio, orazione pronunciata nel 66 a.C., Cicerone ritrasse in modo magistrale l’atmosfera fosca e corrotta delle classi ricche di una cittadina molisana dell’area sannita al tempo del malcostume diffuso e dei soprusi della dominazione sillana. Il cavaliere Aulo Cluenzio Abito (nato nel 103 a.C.), appartenente ad una delle più ricche famiglie dell’aristocrazia municipale di Larinum nel Sannio, era accusato dalla propria madre, la vedova Sassia, di aver avvelenato il patrigno, Stazio Abbio Oppianico, che era stato sposato dalla donna in terze nozze, dopo una liaison e il successivo matrimonio col genero, Aurio Melino, già sposo della figlia Cluenzia, sorella di Aulo. La cittadinanza di Larino, che si era schierata per Mario, aveva dovuto subire la dura repressione dei seguaci di Silla, fra i quali si era reso responsabile di proscrizioni e soprusi proprio quell’Oppianico, che, contestualmente, con una serie di matrimoni e delitti familiari – stando almeno alla tendenziosa ricostruzione ciceroniana – era riuscito per qualche tempo a spadroneggiare in paese e avrebbe tentato di far avvelenare, senza però riuscirvi, anche il figliastro Cluenzio. Costui aveva intentato e vinto il processo nei confronti di alcuni personaggi coinvolti nel tentato omicidio. Ma alla morte di Oppianico, avvenuta in circostanze misteriose, la stessa accusa di avvelenamento era stata rivolta proprio a Cluenzio e, con essa, quella di aver corrotto i giudici nel passato processo. Al di là della torbida vicenda familiare e della complessa articolazione giudiziaria, l’orazione, che è una delle più estese di Cicerone e certamente molto rielaborata e ampliata in vista della pubblicazione, offre ricchissimi spunti e notizie agli studiosi di storia sociale, economica e del costume. Fra queste, nell’incalzante e rapida sezione finale dell’orazione, nella quale Cicerone discolpa il suo cliente da una serie di beghe giudiziarie nelle quali costui era incorso, è menzionata en passant una lite violenta scoppiata fra i fattori di Cluenzio e alcuni pastori di passaggio nelle calles vicino Larino, i quali sono certamente da identificare in pastori transumanti. La storia della transumanza sarà costellata sin da queste più antiche testimonianze da tensioni continue fra pastori (già lo stesso Cicerone lo sottolinea: ut solet controversia), che talora invadevano e danneggiavano le colture col passaggio delle loro greggi, e autorità o proprietari locali, che reagivano spesso con violenza, se non con soprusi nei confronti di questi forestieri particolarmente invisi[5]. Al contrasto fra due sistemi economici diversi, che pure s’integravano spesso nella grande azienda agricola romana (la villa), si aggiungevano verosimilmente diffidenza e ostilità ataviche nei confronti del forestiero e, nel caso specifico, delle rozze abitudini di vita del pastore. Numerosi e quasi sempre fallimentari si rivelarono anche i tentativi statali di soluzione giuridica del problema, attraverso leggi generali e disposizioni locali, qual è, ad esempio, il testo tràdito dall’iscrizione di Saepinum (CIL IX 2438), che ha la sua origine proprio nella denuncia al pretore di una prassi perpetrata di maltrattamenti e vessazioni economiche nei confronti dei pastori che transitavano dalla città, percorrendo un antico tratturo che doveva collegare i pascoli appenninici con quelli costieri o apuli, sul quale insistono molto probabilmente anche i moderni percorsi tratturali Ateleta-Biferno e Celano-Foggia (di epoca normanna, presumibilmente XI secolo), al centro dei quali è ubicata Larino. Anche se per questo episodio occorso nel Larinate, a differenza di quello di Saepinum, non conosciamo le cause dello scontro né il luogo preciso, è verosimile che il contrasto sia insorto per ragioni analoghe durante la grande transumanza fra la Sabina e l’Apulia: la privata possessio di Abito era probabilmente sita ai margini del percorso di transito ed è inevitabile che il passaggio di migliaia di ovini attraverso campi coltivati, come sono ancora oggi le vaste estensioni cerealicole del molisano, dovesse causare danni materiali e non pochi problemi alla gente locale.

[1] Di un fundus Pacciani presente a Luceria e di una villa Paciana Pasquinucci 1979 (108 e n. 70) ha raccolto alcune testimonianze epigrafiche che riconduce alla famiglia del personaggio menzionato da Cicerone, verosimilmente un grande proprietario terriero della zona. Anche su degli Ancharii proprietari di fondi nel territorio di Amiternum vi è una testimonianza epigrafica (CIL I2 1833).

[2] Si deve sottintendere il verbo dixistis del periodo precedente, che si riferisce al collegio dell’accusa.

[3] Si noti che callibus costituisce un emendamento dell’Ernesti al tràdito collibus.

[4] Sul ruolo dei vilici nella gestione dell’azienda dei ricchi proprietari fondiari romani vd. Carlsen 1995, e, su questo passo in particolare, p. 80. Sulle mansioni del vilicus rispetto al magister pecoris vd. Carlsen 1992, 63.

[5] Per testimonianze più tarde vd. Pasquinucci 1979, 107, n. 66.

Termini presenti nel glossario: callis, magister.

[161] Anchari et Paceni[1] pastoribus huius vilicos vim et manus attulisse[2]. Cum quaedam in callibus[3], ut solet, controversia pastorum esset orta, Habiti vilici rem domini et privatam possessionem defenderunt. Cum esset expostulatio facta, causa illis demonstrata sine iudicio controversiaque discessum est.

I villici[4] del mio cliente avrebbero anche maltrattato e malmenato i pastori di Anacario e di Paceno. Si trattò di una delle consuete liti che insorgono fra i pastori sui pascoli: i villici di Abito non fecero che difendere la proprietà privata del loro padrone. Dopo la presentazione dell’esposto, i fatti furono chiariti con la parte avversa e la cosa finì senza alcun processo e dibattito.

– Nella Pro Cluentio, orazione pronunciata nel 66 a.C., Cicerone ritrasse in modo magistrale l’atmosfera fosca e corrotta delle classi ricche di una cittadina molisana dell’area sannita al tempo del malcostume diffuso e dei soprusi della dominazione sillana. Il cavaliere Aulo Cluenzio Abito (nato nel 103 a.C.), appartenente ad una delle più ricche famiglie dell’aristocrazia municipale di Larinum nel Sannio, era accusato dalla propria madre, la vedova Sassia, di aver avvelenato il patrigno, Stazio Abbio Oppianico, che era stato sposato dalla donna in terze nozze, dopo una liaison e il successivo matrimonio col genero, Aurio Melino, già sposo della figlia Cluenzia, sorella di Aulo. La cittadinanza di Larino, che si era schierata per Mario, aveva dovuto subire la dura repressione dei seguaci di Silla, fra i quali si era reso responsabile di proscrizioni e soprusi proprio quell’Oppianico, che, contestualmente, con una serie di matrimoni e delitti familiari – stando almeno alla tendenziosa ricostruzione ciceroniana – era riuscito per qualche tempo a spadroneggiare in paese e avrebbe tentato di far avvelenare, senza però riuscirvi, anche il figliastro Cluenzio. Costui aveva intentato e vinto il processo nei confronti di alcuni personaggi coinvolti nel tentato omicidio. Ma alla morte di Oppianico, avvenuta in circostanze misteriose, la stessa accusa di avvelenamento era stata rivolta proprio a Cluenzio e, con essa, quella di aver corrotto i giudici nel passato processo. Al di là della torbida vicenda familiare e della complessa articolazione giudiziaria, l’orazione, che è una delle più estese di Cicerone e certamente molto rielaborata e ampliata in vista della pubblicazione, offre ricchissimi spunti e notizie agli studiosi di storia sociale, economica e del costume. Fra queste, nell’incalzante e rapida sezione finale dell’orazione, nella quale Cicerone discolpa il suo cliente da una serie di beghe giudiziarie nelle quali costui era incorso, è menzionata en passant una lite violenta scoppiata fra i fattori di Cluenzio e alcuni pastori di passaggio nelle calles vicino Larino, i quali sono certamente da identificare in pastori transumanti. La storia della transumanza sarà costellata sin da queste più antiche testimonianze da tensioni continue fra pastori (già lo stesso Cicerone lo sottolinea: ut solet controversia), che talora invadevano e danneggiavano le colture col passaggio delle loro greggi, e autorità o proprietari locali, che reagivano spesso con violenza, se non con soprusi nei confronti di questi forestieri particolarmente invisi[5]. Al contrasto fra due sistemi economici diversi, che pure s’integravano spesso nella grande azienda agricola romana (la villa), si aggiungevano verosimilmente diffidenza e ostilità ataviche nei confronti del forestiero e, nel caso specifico, delle rozze abitudini di vita del pastore. Numerosi e quasi sempre fallimentari si rivelarono anche i tentativi statali di soluzione giuridica del problema, attraverso leggi generali e disposizioni locali, qual è, ad esempio, il testo tràdito dall’iscrizione di Saepinum (CIL IX 2438), che ha la sua origine proprio nella denuncia al pretore di una prassi perpetrata di maltrattamenti e vessazioni economiche nei confronti dei pastori che transitavano dalla città, percorrendo un antico tratturo che doveva collegare i pascoli appenninici con quelli costieri o apuli, sul quale insistono molto probabilmente anche i moderni percorsi tratturali Ateleta-Biferno e Celano-Foggia (di epoca normanna, presumibilmente XI secolo), al centro dei quali è ubicata Larino. Anche se per questo episodio occorso nel Larinate, a differenza di quello di Saepinum, non conosciamo le cause dello scontro né il luogo preciso, è verosimile che il contrasto sia insorto per ragioni analoghe durante la grande transumanza fra la Sabina e l’Apulia: la privata possessio di Abito era probabilmente sita ai margini del percorso di transito ed è inevitabile che il passaggio di migliaia di ovini attraverso campi coltivati, come sono ancora oggi le vaste estensioni cerealicole del molisano, dovesse causare danni materiali e non pochi problemi alla gente locale.

[1] Di un fundus Pacciani presente a Luceria e di una villa Paciana Pasquinucci 1979 (108 e n. 70) ha raccolto alcune testimonianze epigrafiche che riconduce alla famiglia del personaggio menzionato da Cicerone, verosimilmente un grande proprietario terriero della zona. Anche su degli Ancharii proprietari di fondi nel territorio di Amiternum vi è una testimonianza epigrafica (CIL I2 1833).

[2] Si deve sottintendere il verbo dixistis del periodo precedente, che si riferisce al collegio dell’accusa.

[3] Si noti che callibus costituisce un emendamento dell’Ernesti al tràdito collibus.

[4] Sul ruolo dei vilici nella gestione dell’azienda dei ricchi proprietari fondiari romani vd. Carlsen 1995, e, su questo passo in particolare, p. 80. Sulle mansioni del vilicus rispetto al magister pecoris vd. Carlsen 1992, 63.

[5] Per testimonianze più tarde vd. Pasquinucci 1979, 107, n. 66.

Termini presenti nel glossario: callis, magister.