Fumus ex incendiis villarum agrorumque in oculos atque ora venit; strepunt aures clamoribus plorantium sociorum, saepius nostram quam deorum invocantium opem: nos hic pecorum modo per aestivos saltus deviasque callis exercitum ducimus, conditi nubibus silvisque! Si hoc modo peragrando cacumina saltusque M. Furius recipere a Gallis urbem voluisset, quo hic novus Camillus, […] Gallorum Roma esset.
Ci arriva negli occhi e in faccia il fumo degli incendi delle fattorie e dei campi, le nostre orecchie sono intronate dalle grida degli alleati che piangono, implorando più l’aiuto nostro che quello degli dei; e noi qui, nascosti da nuvole e da boschi, conduciamo l’esercito come si fa con le pecore per i pascoli estivi e le piste fuori mano! Se M. Furio avesse voluto riprendere Roma ai Galli in questo modo, vagando per vette e per pascoli montani, come questo nuovo Camillo, […] Roma sarebbe ancora in mano ai Galli.
– Il rapido riferimento alla transumanza estiva, come fenomeno universalmente conosciuto, è posto in bocca a Marco Minucio Rufo (già console nel 221 a.C.), nominato nel frangente della guerra annibalica magister equitum a fianco di Quinto Fabio Massimo. Il comandante della cavalleria nel suo discorso sedizioso ai soldati osteggia il protrarsi della tattica temporeggiatrice del dictator Quinto Fabio Massimo, che ha condotto le schiere romane in marcia su per le alture del monte Màssico (nella pianura interna casertana, tra il Latium e la Campania), mentre la piana del Volturno e dell’agro falerno è messa a ferro e fuoco dai soldati di Annibale e i coloni di Sinuessa e delle cittadine circonvicine subiscono indifesi la furia del nemico cartaginese. Le direttrici armentizie attraverso le quali i Romani effettuano una sorta di ritirata sono definite devias calles «piste fuori mano»[1], ed è plausibile che con questo aggettivo Livio intendesse distinguerle dalle viae publicae talora anch’esse utilizzate per il passaggio delle greggi. Si trattava, verosimilmente, di quelle piste laterali che in epoca moderna avrebbero assunto la denominazione tecnica specifica di ‘bracci laterali’ o ‘tratturelli’. Delle piste, definite «quasi impraticabili» (Liv. 22, 15, 10 prope inviis callibus), sono utilizzate poco dopo anche dai soldati romani scampati al nemico fra quelli che, inviati in avanscoperta al seguito del giovane Ostilio Mancino, per il suo imprudente ardimento erano stati accerchiati e uccisi in gran numero. Le calles sono citate da Livio anche nella quarta decade, relativa alle guerre in Grecia, dove giocarono un ruolo analogo nella fuga e nelle azioni di guerriglia.
Pur sviluppando solo una similitudine efficace e funzionale al proprio discorso, il breve cenno di Minucio è rilevante sia per il nesso implicito fra l’esercito in marcia in extrema iuga Massici montis (14, 3) e il gregge ritratto nella monticazione verso i pascoli estivi, sia per il riscontro archeologico (in particolare il rinvenimento di numerosi bronzetti raffiguranti Ercole)[2], che conferma il fatto che quell’area geografica, teatro della campagna annibalica, fosse effettivamente inserita nei percorsi della transumanza antica e che questa, come osserva anche Crawford (2005, 160) «was deeply embedded in the Roman consciousness». Sul primo punto si può aggiungere che la lingua poetica latina, ma anche il linguaggio tecnico, registrano una costante interscambiabilità di termini ed immagini militari, propriamente dell’esercito romano in marcia, con quelli propri della pastorizia, soprattutto nella forma transumante. Al di là di termini comuni, quali ad esempio cohors che dal «recinto» improvvisato per la sosta e il riposo del bestiame al pascolo (rust. 2, 2, 9) passa a indicare la coorte militare della legione romana, abbiamo le numerose rappresentazioni poetiche dell’esercito in marcia paragonato a un grex transumante, per ovvie e numerose analogie, che i poeti stessi sfruttano ed esplicitano a seconda dei contesti, fra tutte l’esempio di Verg. georg. 3, 343-348.
[1] Cfr. pure Liv. 35, 30, 10 deviis callibus medio saltu recipiebant se (degli Spartani in fuga che si rintanavano nei boschi, utilizzando i «sentieri fuori mano» (de + via) rispetto alle strade principali, scoperte – patentes vias – e, quindi, più rischiose). Scrive André 1950, 107: “Tite-Live distingue avec soin les «pâturages d’été» des «pistes à l’écart des grandes routes»”.
[2] Cfr. Crawford 2003, 63; Bonetto 1999; Wonterghem 1992, 319-251.
Fumus ex incendiis villarum agrorumque in oculos atque ora venit; strepunt aures clamoribus plorantium sociorum, saepius nostram quam deorum invocantium opem: nos hic pecorum modo per aestivos saltus deviasque callis exercitum ducimus, conditi nubibus silvisque! Si hoc modo peragrando cacumina saltusque M. Furius recipere a Gallis urbem voluisset, quo hic novus Camillus, […] Gallorum Roma esset.
Ci arriva negli occhi e in faccia il fumo degli incendi delle fattorie e dei campi, le nostre orecchie sono intronate dalle grida degli alleati che piangono, implorando più l’aiuto nostro che quello degli dei; e noi qui, nascosti da nuvole e da boschi, conduciamo l’esercito come si fa con le pecore per i pascoli estivi e le piste fuori mano! Se M. Furio avesse voluto riprendere Roma ai Galli in questo modo, vagando per vette e per pascoli montani, come questo nuovo Camillo, […] Roma sarebbe ancora in mano ai Galli.
– Il rapido riferimento alla transumanza estiva, come fenomeno universalmente conosciuto, è posto in bocca a Marco Minucio Rufo (già console nel 221 a.C.), nominato nel frangente della guerra annibalica magister equitum a fianco di Quinto Fabio Massimo. Il comandante della cavalleria nel suo discorso sedizioso ai soldati osteggia il protrarsi della tattica temporeggiatrice del dictator Quinto Fabio Massimo, che ha condotto le schiere romane in marcia su per le alture del monte Màssico (nella pianura interna casertana, tra il Latium e la Campania), mentre la piana del Volturno e dell’agro falerno è messa a ferro e fuoco dai soldati di Annibale e i coloni di Sinuessa e delle cittadine circonvicine subiscono indifesi la furia del nemico cartaginese. Le direttrici armentizie attraverso le quali i Romani effettuano una sorta di ritirata sono definite devias calles «piste fuori mano»[1], ed è plausibile che con questo aggettivo Livio intendesse distinguerle dalle viae publicae talora anch’esse utilizzate per il passaggio delle greggi. Si trattava, verosimilmente, di quelle piste laterali che in epoca moderna avrebbero assunto la denominazione tecnica specifica di ‘bracci laterali’ o ‘tratturelli’. Delle piste, definite «quasi impraticabili» (Liv. 22, 15, 10 prope inviis callibus), sono utilizzate poco dopo anche dai soldati romani scampati al nemico fra quelli che, inviati in avanscoperta al seguito del giovane Ostilio Mancino, per il suo imprudente ardimento erano stati accerchiati e uccisi in gran numero. Le calles sono citate da Livio anche nella quarta decade, relativa alle guerre in Grecia, dove giocarono un ruolo analogo nella fuga e nelle azioni di guerriglia.
Pur sviluppando solo una similitudine efficace e funzionale al proprio discorso, il breve cenno di Minucio è rilevante sia per il nesso implicito fra l’esercito in marcia in extrema iuga Massici montis (14, 3) e il gregge ritratto nella monticazione verso i pascoli estivi, sia per il riscontro archeologico (in particolare il rinvenimento di numerosi bronzetti raffiguranti Ercole)[2], che conferma il fatto che quell’area geografica, teatro della campagna annibalica, fosse effettivamente inserita nei percorsi della transumanza antica e che questa, come osserva anche Crawford (2005, 160) «was deeply embedded in the Roman consciousness». Sul primo punto si può aggiungere che la lingua poetica latina, ma anche il linguaggio tecnico, registrano una costante interscambiabilità di termini ed immagini militari, propriamente dell’esercito romano in marcia, con quelli propri della pastorizia, soprattutto nella forma transumante. Al di là di termini comuni, quali ad esempio cohors che dal «recinto» improvvisato per la sosta e il riposo del bestiame al pascolo (rust. 2, 2, 9) passa a indicare la coorte militare della legione romana, abbiamo le numerose rappresentazioni poetiche dell’esercito in marcia paragonato a un grex transumante, per ovvie e numerose analogie, che i poeti stessi sfruttano ed esplicitano a seconda dei contesti, fra tutte l’esempio di Verg. georg. 3, 343-348.
[1] Cfr. pure Liv. 35, 30, 10 deviis callibus medio saltu recipiebant se (degli Spartani in fuga che si rintanavano nei boschi, utilizzando i «sentieri fuori mano» (de + via) rispetto alle strade principali, scoperte – patentes vias – e, quindi, più rischiose). Scrive André 1950, 107: “Tite-Live distingue avec soin les «pâturages d’été» des «pistes à l’écart des grandes routes»”.
[2] Cfr. Crawford 2003, 63; Bonetto 1999; Wonterghem 1992, 319-251.
