[9] contra illae in saltibus quae pascuntur et a tectis absunt longe, portant secum crates aut retia, quibus cohortes in solitudine faciant, ceteraque utensilia. Longe enim et late in diversis locis pasci solent, ut multa milia absint saepe hibernae pastiones ab aestivis. «Ego vero scio», inquam. «Nam mihi greges in Apulia hibernabant, qui in Reatinis montibus aestivabant, cum inter haec bina loca, ut iugum continet sirpiculos, sic calles publicae distantes pastiones». [10] Eaeque ibi ubi pascuntur in eadem regione, tamen temporibus distingunt, ut[1] aestate quod cum prima luce exeunt pastum, propterea quod tunc herba ruscida[2] meridianam, quae est aridior, iucunditate praestat. Sole exorto p[u]<o>t[o]<um> propellunt, ut redintegrantes rursus ad pastum alacriores faciant. [11] Circiter meridianos aestus, dum defervescant, sub umbriferas rupes et arbores patulas subi[ci]<g>unt, quaad refrigeratu<r>. Aere vespertino rursus pascunt ad solis occasum. Ita pascere pecus oportet, ut averso sole agat; caput enim maxime ovis molle est. Ab occasu parvo intervallo interposito ad bibendum adpellunt et rursus pascunt, quaad contenebravit. Iterum enim tum iucunditas in herba redintegrabit. Haec a Vergiliarum exortu ad aequinoctium autumnale maxime observant. [12] Quibus in locis messes sunt factae, in[t]<ig>er<e> est utile duplici de causa, quod et caduca spica saturantur et obtritis stramentis et stercoratione faciunt in annum segetes meliores. Reliquae pastiones hiberno ac verno tempore hoc mutant, quod pruina iam exalata propellunt in pabulum et pascunt diem totum ac meridiano tempore semel agere potum satis habent.

[9] al contrario[3], per gli armenti che pascolano sulle balze dei monti e che permangono lontano dalle stalle, si portano con sé graticci e reti, con cui realizzare dei recinti in quelle aree isolate, nonché tutti gli altri utensili. Si è soliti, infatti, pascolare gli armenti in luoghi diversi, zone distanti ed estese, cosicché spesso i pascoli invernali distano molte miglia da quelli estivi. – Ed io lo so bene – dissi, perché le mie pecore, che estatavano sui monti del Reatino, andavano a svernare in Puglia e fra questi due luoghi, simili a cesti[4] uniti da un giogo[5], corrono i pubblici tratturi che uniscono i distanti pascoli. [10] E anche quando le pecore pascolano senza cambiare luogo, il pascolo è diversificato a seconda delle stagioni. D’estate, ad esempio, vanno al pascolo quando albeggia, perché allora l’erba coperta di rugiada è più gradita che a mezzogiorno, quando è più secca; sorto poi il sole, menano le pecore ad abbeverarsi, perché ristorate siano nuovamente predisposte al pascolo. [11] Alla calura di mezzogiorno vengono portate sotto rocce ombrose e ampi alberi, per ritemprarsi dal caldo, finché non si rinfresca l’aria, quando tornano nuovamente al pascolo, col fresco della sera, fino al tramonto del sole. Bisogna che il bestiame pascoli col muso in direzione opposta a quella del sole[6], perché particolarmente delicato è il capo della pecora. Poco dopo il tramonto si conducono a bere e poi di nuovo a pascolare fino che non si faccia buio: allora, infatti, ritorna migliore il sapore dell’erba. Queste sono le prassi che si seguono soprattutto dal sorgere delle Vergilie[7] fino all’equinozio d’autunno. [12] Nei campi dove si sono raccolte le messi è utile introdurre il gregge per due motivi: perché si sazia delle spighe cadute e perché calpestando gli steli e col letame rende migliore il campo per l’anno seguente. Le altre pasture, l’invernale e la primaverile, differiscono in questo, che si menano le pecore al pascolo quando si è dissolta la brina, le pecore vi restano tutto il giorno, finché c’è luce, ed è sufficiente portarle a bere una sola volta, a mezzogiorno.

– Il brano costituisce il documento letterario latino più esteso e fra i più dettagliati sul fenomeno della transumanza, che presenta il valore aggiunto della testimonianza diretta del suo Autore, Marco Terenzio Varrone (116-26 a.C.), dottissimo erudito e poligrafo, il quale compose quest’opera in forma di dialogo in tre libri (Rerum rusticarum libri o De re rustica), riprendendo e sviluppando la tradizione del trattato tecnico sull’agricoltura di Catone. In veste anch’egli di ricchissimo proprietario terriero, si rivolge, da esperto nella gestione dell’azienda agricola[8] e al tempo stesso raffinato intellettuale, al ceto dei grandi latifondisti al quale apparteneva, provenendo da una opulenta famiglia reatina. L’opera fu composta nel 37 a.C., quando l’Autore era ormai ottantenne e per questo, verosimilmente, intervenendo in un discorso de primigenia pecuaria (sul bestiame addomesticato per primo dall’uomo), che è posto in bocca al cavaliere Tito Pomponio Attico, più noto come ‘editore’ di Cicerone e dotto antiquario, che come ricco proprietario terriero in Epiro; Varrone parla al passato degli spostamenti delle sue mandrie in inverno dai monti del Reatino alle pianure dell’Apulia, la transumanza oggi definita tecnicamente come discendente o invernale, ossia del bestiame che dalla montagna va a svernare in pianura, allorché le balze e le cime sono ormai inospitali e la pianura, invece, offre un clima più mite e pastura ancora rigogliosa.

Forse, all’epoca della composizione dell’opera e del presunto dialogo qui rievocato, Varrone non aveva più mandrie o non gestiva più tale attività. Nella praefatio al libro secondo dichiara, in­fatti, di aver posseduto in passato grandi mandrie di pecore e di cavalli (rust. 2 praef. 6 et ipse pecuarias habui grandes, in Apulia oviarias et in Reatino equarias), e di aver acquisito conoscenze sull’allevamento (de re pecuaria) grazie al confronto con altri grandi proprietari di bestiame in Epiro, nelle conversazioni occorse durante la guerra di Pompeo con i pirati che infestavano il Mediterraneo (76 a.C.), quando ebbe il co­mando della flotta greca fra Delo e la Sicilia (de re pecuaria breuiter ac summatim percurram ex sermonibus nostris collatis cum iis qui pecua­rias habuerunt in Epiro magnas, tum cum piratico bello inter Delum et Siciliam Graeciae classibus praeessem). La notizia sembra confermare l’ipotesi che fra questi grandi allevatori in Epiro vi fosse anche Attico, perciò qualificato ad approfondire la pecuaria quaestio nel brano che segue. Numerosi sono i termini afferenti alla transumanza (saltus, aesti­vare, calles publicae, pastio) e, in particolare, all’attrezzatura da lavoro degli antichi pastori transumanti (crates, retia, cohors). Le notizie sul pascolo sono molto dettagliate. La pastura estiva prevedeva che le pe­core si abbeverassero due volte al giorno (mattina e sera) e brucassero in tre momenti della giornata (al mattino presto, nel pomeriggio e dopo il tramonto del sole). Quella invernale prevedeva che le pecore si ab­beverassero una sola volta e pascolassero tutto il giorno, ma la durata effettiva della pastura, stando al clima e alle ore di luce, doveva essere assai inferiore (circa sei ore).

[1] La constitutio textus in questo passo non è molto sicura sul piano sintattico. D. Flach (Marcus Terentius Varro. Gespräche über die Landwirtschaft, Darmstadt 1997, 85) ristabilisce la lezione distingunt ut dei manoscritti rispetto all’emendamento distinguntur di H. Keil (M. Terentii Varronis rerum rusticarum libri tres, Leipzig 1889), accolto da G. Goetz (ed. Leipzig 1929) e da Ch. Guiraud (Varron. Économie rurale, II, Paris 1985), senza che il senso complessivo della frase cambi. Si noti che essa è costruita, come nel paragrafo precedente, sottintendendo come soggetto prima greges (o oves) e poi, invece, i pastori delle stesse (illae in saltibus pascuntur … portant secum; eaeque ibi ubi pascuntur … tamen temporibus distingunt), costruzione già rilevata da Keil e Guiraud (ad loc., 104 n. 34). Qualche problema, semmai, crea la duplice determinazione locativa (ibi ubi…in eadem regione) che il TLL (s.v. ibi, VII/1 144, 66-67) registra tra occorrenze che non sembrano assimilabili al passo in esame, dove sarebbe richiesta un’accezione in senso temporale o ipotetico (cfr. TLL VII/1 146, 71 ss.). Non sarebbe affatto da escludere la congettura proposta da M. Giusta – Eaeque, inquit, ubi – (vd. M. Magnaldi [a cura di], Per il testo delle Res rusticae di Varrone libri I-II, Alessandria 2006, 112 ad loc.), dove ubi è congiunzione temporale e l’osservazione rientrerebbe così nell’intervento di Varrone, che ha interrotto l’esposizione di Attico.

[2] Il riferimento alla rugiada (ros) mattutina assai gradita al bestiame è anche in Verg. georg. 3, 324-326 (Luciferi primo cum sidere frigida rura / carpamus, dum mane novum, dum gramina canent / et ros in tenera pecori gratissimus herba), versi in cui il poeta augusteo sembra trasporre proprio le indicazioni varroniane per il pascolo estivo delle greggi.

[3] Il confronto è con l’allevamento degli ovini in fattoria, e dunque stanziale.

[4] Sirpiculus è derivativo di s(c)irpea, «cesta» di giunco, «paniere», di cui Varrone stesso offre la spiegazione (ling. 5, 31, 139): «sirpea, da virgis sipare, ossia che è intrecciata con giunchi, cesta nella quale si trasporta sterco o altro» (sirpea, quae virgis sirpatur, id est colligando implicatur, in qua stercus aliudve quid vehitur). La similitudine varroniana è tratta dallo stesso ambiente bucolico, ma, se il giogo, ossia la pertica per il trasporto a spalla, rappresenta il tratturo, è verosimile che il Reatino associasse i due pascoli, invernale a valle ed estivo sul monte, a due ceste ricolme di erbaggi piuttosto che di letame.

[5] Iugum qui indica, in un’accezione particolare, una pertica di legno cui erano appesi due secchi o due cesti alle estremità, che si fissava sulle spalle per il trasporto (in gr. ἀναφορεύς).

[6] Per questa norma, cfr. Colum. 7, 3, 24 Sed observandum est sidus aestatis per emersum Caniculae, ut ante meridiem grex in occidentem spectans agatur et in eam partem progrediatur, post meridiem in orientem, si quidem plurimum refert, ne pascentium capita sint adversa soli, qui plerumque nocet animalibus oriente praedicto sidere. Cfr., pure, Plin. nat. 8, 199; Pallad. 12, 13, 5.

[7] ‘Vergilie’ è il nome dato dai Romani alla costellazione delle Pleiadi, sette stelle (le Sette Sorelle), che sorgono alla fine della primavera (secondo Ov. fast. 5, 599 il 13 maggio; il 10, invece, stando a Colum. 11, 2, 40), da cui la paretimologia da ver (Paul. Fest. 511, 22 L. dictae quod earum ortu ver finem facit); visibili anche a occhio nudo, indicavano la rotta ai naviganti e segnavano contemporaneamente l’inizio della mietitura (cfr. Hes. op. 3, 383-386).

[8] Sui fondi rustici o villae, com’erano chiamati i complessi agricoli dei latifondisti romani, vd. il contributo di Malossini 2011, che ricava molte notizie dall’opera di Varrone.

Termini presenti nel glossario: aestivo, aestivus, callis, cohors, hiberno, hibernus, pecu, pecuarius, saltus.

[9] contra illae in saltibus quae pascuntur et a tectis absunt longe, portant secum crates aut retia, quibus cohortes in solitudine faciant, ceteraque utensilia. Longe enim et late in diversis locis pasci solent, ut multa milia absint saepe hibernae pastiones ab aestivis. «Ego vero scio», inquam. «Nam mihi greges in Apulia hibernabant, qui in Reatinis montibus aestivabant, cum inter haec bina loca, ut iugum continet sirpiculos, sic calles publicae distantes pastiones». [10] Eaeque ibi ubi pascuntur in eadem regione, tamen temporibus distingunt, ut[1] aestate quod cum prima luce exeunt pastum, propterea quod tunc herba ruscida[2] meridianam, quae est aridior, iucunditate praestat. Sole exorto p[u]<o>t[o]<um> propellunt, ut redintegrantes rursus ad pastum alacriores faciant. [11] Circiter meridianos aestus, dum defervescant, sub umbriferas rupes et arbores patulas subi[ci]<g>unt, quaad refrigeratu<r>. Aere vespertino rursus pascunt ad solis occasum. Ita pascere pecus oportet, ut averso sole agat; caput enim maxime ovis molle est. Ab occasu parvo intervallo interposito ad bibendum adpellunt et rursus pascunt, quaad contenebravit. Iterum enim tum iucunditas in herba redintegrabit. Haec a Vergiliarum exortu ad aequinoctium autumnale maxime observant. [12] Quibus in locis messes sunt factae, in[t]<ig>er<e> est utile duplici de causa, quod et caduca spica saturantur et obtritis stramentis et stercoratione faciunt in annum segetes meliores. Reliquae pastiones hiberno ac verno tempore hoc mutant, quod pruina iam exalata propellunt in pabulum et pascunt diem totum ac meridiano tempore semel agere potum satis habent.

[9] al contrario[3], per gli armenti che pascolano sulle balze dei monti e che permangono lontano dalle stalle, si portano con sé graticci e reti, con cui realizzare dei recinti in quelle aree isolate, nonché tutti gli altri utensili. Si è soliti, infatti, pascolare gli armenti in luoghi diversi, zone distanti ed estese, cosicché spesso i pascoli invernali distano molte miglia da quelli estivi. – Ed io lo so bene – dissi, perché le mie pecore, che estatavano sui monti del Reatino, andavano a svernare in Puglia e fra questi due luoghi, simili a cesti[4] uniti da un giogo[5], corrono i pubblici tratturi che uniscono i distanti pascoli. [10] E anche quando le pecore pascolano senza cambiare luogo, il pascolo è diversificato a seconda delle stagioni. D’estate, ad esempio, vanno al pascolo quando albeggia, perché allora l’erba coperta di rugiada è più gradita che a mezzogiorno, quando è più secca; sorto poi il sole, menano le pecore ad abbeverarsi, perché ristorate siano nuovamente predisposte al pascolo. [11] Alla calura di mezzogiorno vengono portate sotto rocce ombrose e ampi alberi, per ritemprarsi dal caldo, finché non si rinfresca l’aria, quando tornano nuovamente al pascolo, col fresco della sera, fino al tramonto del sole. Bisogna che il bestiame pascoli col muso in direzione opposta a quella del sole[6], perché particolarmente delicato è il capo della pecora. Poco dopo il tramonto si conducono a bere e poi di nuovo a pascolare fino che non si faccia buio: allora, infatti, ritorna migliore il sapore dell’erba. Queste sono le prassi che si seguono soprattutto dal sorgere delle Vergilie[7] fino all’equinozio d’autunno. [12] Nei campi dove si sono raccolte le messi è utile introdurre il gregge per due motivi: perché si sazia delle spighe cadute e perché calpestando gli steli e col letame rende migliore il campo per l’anno seguente. Le altre pasture, l’invernale e la primaverile, differiscono in questo, che si menano le pecore al pascolo quando si è dissolta la brina, le pecore vi restano tutto il giorno, finché c’è luce, ed è sufficiente portarle a bere una sola volta, a mezzogiorno.

– Il brano costituisce il documento letterario latino più esteso e fra i più dettagliati sul fenomeno della transumanza, che presenta il valore aggiunto della testimonianza diretta del suo Autore, Marco Terenzio Varrone (116-26 a.C.), dottissimo erudito e poligrafo, il quale compose quest’opera in forma di dialogo in tre libri (Rerum rusticarum libri o De re rustica), riprendendo e sviluppando la tradizione del trattato tecnico sull’agricoltura di Catone. In veste anch’egli di ricchissimo proprietario terriero, si rivolge, da esperto nella gestione dell’azienda agricola[8] e al tempo stesso raffinato intellettuale, al ceto dei grandi latifondisti al quale apparteneva, provenendo da una opulenta famiglia reatina. L’opera fu composta nel 37 a.C., quando l’Autore era ormai ottantenne e per questo, verosimilmente, intervenendo in un discorso de primigenia pecuaria (sul bestiame addomesticato per primo dall’uomo), che è posto in bocca al cavaliere Tito Pomponio Attico, più noto come ‘editore’ di Cicerone e dotto antiquario, che come ricco proprietario terriero in Epiro; Varrone parla al passato degli spostamenti delle sue mandrie in inverno dai monti del Reatino alle pianure dell’Apulia, la transumanza oggi definita tecnicamente come discendente o invernale, ossia del bestiame che dalla montagna va a svernare in pianura, allorché le balze e le cime sono ormai inospitali e la pianura, invece, offre un clima più mite e pastura ancora rigogliosa.

Forse, all’epoca della composizione dell’opera e del presunto dialogo qui rievocato, Varrone non aveva più mandrie o non gestiva più tale attività. Nella praefatio al libro secondo dichiara, in­fatti, di aver posseduto in passato grandi mandrie di pecore e di cavalli (rust. 2 praef. 6 et ipse pecuarias habui grandes, in Apulia oviarias et in Reatino equarias), e di aver acquisito conoscenze sull’allevamento (de re pecuaria) grazie al confronto con altri grandi proprietari di bestiame in Epiro, nelle conversazioni occorse durante la guerra di Pompeo con i pirati che infestavano il Mediterraneo (76 a.C.), quando ebbe il co­mando della flotta greca fra Delo e la Sicilia (de re pecuaria breuiter ac summatim percurram ex sermonibus nostris collatis cum iis qui pecua­rias habuerunt in Epiro magnas, tum cum piratico bello inter Delum et Siciliam Graeciae classibus praeessem). La notizia sembra confermare l’ipotesi che fra questi grandi allevatori in Epiro vi fosse anche Attico, perciò qualificato ad approfondire la pecuaria quaestio nel brano che segue. Numerosi sono i termini afferenti alla transumanza (saltus, aesti­vare, calles publicae, pastio) e, in particolare, all’attrezzatura da lavoro degli antichi pastori transumanti (crates, retia, cohors). Le notizie sul pascolo sono molto dettagliate. La pastura estiva prevedeva che le pe­core si abbeverassero due volte al giorno (mattina e sera) e brucassero in tre momenti della giornata (al mattino presto, nel pomeriggio e dopo il tramonto del sole). Quella invernale prevedeva che le pecore si ab­beverassero una sola volta e pascolassero tutto il giorno, ma la durata effettiva della pastura, stando al clima e alle ore di luce, doveva essere assai inferiore (circa sei ore).

[1] La constitutio textus in questo passo non è molto sicura sul piano sintattico. D. Flach (Marcus Terentius Varro. Gespräche über die Landwirtschaft, Darmstadt 1997, 85) ristabilisce la lezione distingunt ut dei manoscritti rispetto all’emendamento distinguntur di H. Keil (M. Terentii Varronis rerum rusticarum libri tres, Leipzig 1889), accolto da G. Goetz (ed. Leipzig 1929) e da Ch. Guiraud (Varron. Économie rurale, II, Paris 1985), senza che il senso complessivo della frase cambi. Si noti che essa è costruita, come nel paragrafo precedente, sottintendendo come soggetto prima greges (o oves) e poi, invece, i pastori delle stesse (illae in saltibus pascuntur … portant secum; eaeque ibi ubi pascuntur … tamen temporibus distingunt), costruzione già rilevata da Keil e Guiraud (ad loc., 104 n. 34). Qualche problema, semmai, crea la duplice determinazione locativa (ibi ubi…in eadem regione) che il TLL (s.v. ibi, VII/1 144, 66-67) registra tra occorrenze che non sembrano assimilabili al passo in esame, dove sarebbe richiesta un’accezione in senso temporale o ipotetico (cfr. TLL VII/1 146, 71 ss.). Non sarebbe affatto da escludere la congettura proposta da M. Giusta – Eaeque, inquit, ubi – (vd. M. Magnaldi [a cura di], Per il testo delle Res rusticae di Varrone libri I-II, Alessandria 2006, 112 ad loc.), dove ubi è congiunzione temporale e l’osservazione rientrerebbe così nell’intervento di Varrone, che ha interrotto l’esposizione di Attico.

[2] Il riferimento alla rugiada (ros) mattutina assai gradita al bestiame è anche in Verg. georg. 3, 324-326 (Luciferi primo cum sidere frigida rura / carpamus, dum mane novum, dum gramina canent / et ros in tenera pecori gratissimus herba), versi in cui il poeta augusteo sembra trasporre proprio le indicazioni varroniane per il pascolo estivo delle greggi.

[3] Il confronto è con l’allevamento degli ovini in fattoria, e dunque stanziale.

[4] Sirpiculus è derivativo di s(c)irpea, «cesta» di giunco, «paniere», di cui Varrone stesso offre la spiegazione (ling. 5, 31, 139): «sirpea, da virgis sipare, ossia che è intrecciata con giunchi, cesta nella quale si trasporta sterco o altro» (sirpea, quae virgis sirpatur, id est colligando implicatur, in qua stercus aliudve quid vehitur). La similitudine varroniana è tratta dallo stesso ambiente bucolico, ma, se il giogo, ossia la pertica per il trasporto a spalla, rappresenta il tratturo, è verosimile che il Reatino associasse i due pascoli, invernale a valle ed estivo sul monte, a due ceste ricolme di erbaggi piuttosto che di letame.

[5] Iugum qui indica, in un’accezione particolare, una pertica di legno cui erano appesi due secchi o due cesti alle estremità, che si fissava sulle spalle per il trasporto (in gr. ἀναφορεύς).

[6] Per questa norma, cfr. Colum. 7, 3, 24 Sed observandum est sidus aestatis per emersum Caniculae, ut ante meridiem grex in occidentem spectans agatur et in eam partem progrediatur, post meridiem in orientem, si quidem plurimum refert, ne pascentium capita sint adversa soli, qui plerumque nocet animalibus oriente praedicto sidere. Cfr., pure, Plin. nat. 8, 199; Pallad. 12, 13, 5.

[7] ‘Vergilie’ è il nome dato dai Romani alla costellazione delle Pleiadi, sette stelle (le Sette Sorelle), che sorgono alla fine della primavera (secondo Ov. fast. 5, 599 il 13 maggio; il 10, invece, stando a Colum. 11, 2, 40), da cui la paretimologia da ver (Paul. Fest. 511, 22 L. dictae quod earum ortu ver finem facit); visibili anche a occhio nudo, indicavano la rotta ai naviganti e segnavano contemporaneamente l’inizio della mietitura (cfr. Hes. op. 3, 383-386).

[8] Sui fondi rustici o villae, com’erano chiamati i complessi agricoli dei latifondisti romani, vd. il contributo di Malossini 2011, che ricava molte notizie dall’opera di Varrone.

Termini presenti nel glossario: aestivo, aestivus, callis, cohors, hiberno, hibernus, pecu, pecuarius, saltus.