[9, 1] Relinquitur, inquit Atticus, de quadripedibus, quod ad canes attinet, maxime ad nos, qui pecus pascimus lanare. Canes enim ita custos pecoris et eius qui eo comite indiget ad se defendendum. In quo genere sunt maxime oves, deinde caprae. Has enim lupus captare solet, cui opponimus canes defensores. […] [2] Quare de canibus quoniam genera duo, unum venaticum [et] <quod> pertinet ad feras bestias [a]siluestres, alterum, quod custodiae causa paratur et pertinet ad pastorem, dicam de eo ad formam artis expositam in novem partes. […] [5] Videndum ne a venatoribus aut laniis canes emas, alteri quod ad pecus sequendum inertes, alteri, si viderint leporem aut cervum, quod eum potius quam oves sequentur. Quare aut a pastoribus empta melior, quae oves sequi consuevit, aut sine ulla consuetudine quae fuerit. Canis enim facilius quid adsuescit, eaque consuetudo firmior quae sit ad pastores, quam quae ad pecudes. [6] Publius Aufidius Pontianus Amiterninus cum greges ovium emisset in Umbria ultima, quibus gregibus sine pastoribus canes accessissent, pastores ut deducerent in Metapontinos saltus et <He>[t]racle<ae em>por[e]<ium>[1], inde cum domum redissent qui ad locum deduxerant, e desiderio hominum diebus paucis postea canes sua sponte, cum dierum multorum via interesset, sibi ex agris cibaria praebuerunt atque in Umbriam ad pastores redierunt. Neque eorum quisquam fecerat, quod in Agri cultura Saserna praecepit, qui vellet se a cane sectari, uti ranam obiciat coctam. […] [8] Cibatus canis prop[r]ior hominis quam ovis. Pascitur enim eduliis et ossibus, non herbis aut fronde. Diligenter ut habeat cibaria providendum. Fames enim hos ad quaerendum cibum ducet, si non praebebitur, et a pecore abducet, [9] nisi si, ut quidam putant, etiam illuc pervenerint, proverbium ut tollant anticum, vel etiam ut μῦθον aperiant de Actaeone atque in dominum adferant dentes. [10] Nec non ita panem hordeacium dandum, ut non potius eum in lacte des intritum, quod eo consueti cibo uti a pecore non cito des<cis>cunt. Morticinae ovis non patiuntur vesci carne, ne ducti sapore minus se abstineant. Dant etiam ius ex ossibus et ea ipsa ossa contusa. Dentes enim facit firmiores et os magis patulum, propterea quod vehementius diducuntur malae, acrioresque fiunt propter medullarum saporem. Cibum capere consuescunt interdiu ubi pascuntur, vesperi ubi stabulantur. [11] Feturae principium admittendi faciunt veris principio. Tum enim dicuntur catulire, id est ostendere velle se maritari. Quae cum admissae, pariunt circiter solstitium; praegnates enim solent esse ternos menses. In fetura dandum potius hordeacios quam triticios panes: magis enim eo aluntur et lactis praebent maiorem facultatem. [12] In nutricatu secundum partum, si plures sunt, statim eligere oportet quos habere velis, reliquos abicere. Quam paucissimos reliqueris, tam optimi in alendo fiunt propter copiam lactis. Substernitur eis acus aut quid item aliut, quod molliore cubili facilius educentur. Catuli diebus XX videre incipiunt. Duobus mensibus primis a partu non diiunguntur a matre, sed minutatim desuefiunt. Educunt eos plures in unum locum et inritant ad pugnandum, quo fiunt acriores, neque defatigari patiuntur, quo fiant segniores. [13] Consue quoque faciunt, ut alligari possint primum levibus vinclis; quae si abrodere conantur, ne id consuescant facere, verberibus eos deterrere solent. Pluviis diebus cubilia substernenda fronde aut pabulo, duabus de causis, ut ne oblinantur aut perfrigescant. [14] Quidam eos castrant, quod eo minus putant relinquere gregem, quidam non faciunt, quod eos credunt minus acres fieri. Quidam nucibus Graecis in aqua tritis perungunt aures et inter digitos, quod muscae et ricini, pulices soleant, si hoc unguine non sis usus, ea exulcerare. [15] Ne vulnerentur a bestiis, inponuntur his collaria, quae vocantur melium, id est cingulum circum collum ex corio firmo cum clavulis capitatis, quae intra capita insuitur pellis mollis, ne noceat collo duritia ferri. Quod si lupus aliusve quis his vulneratus est, reliquas quoque canes facit, quae id non habent, ut sint in tuto. [16] Numerus canum pro pecoris multitudine solet parari; fere modicum esse putant, ut singuli sequantur singulos opiliones. De quo numero alius alium modum constituit, quod, si sunt regiones, ubi bestiae sint multae, debent esse plures, quod accidit his, qui per calles silvestres longinquos solent comitari in aestiva et hiberna.
[9, 1] Resta ancora da trattare – disse Attico –, riguardo ai quadrupedi, dei cani, argomento che interessa in modo particolare noi, che alleviamo pecore. Il cane protegge sia il bestiame sia chi ha bisogno della sua compagnia per la propria difesa[2]. In questa categoria rientrano soprattutto le pecore e le capre. Sono queste, infatti, preda del lupo, a cui noi opponiamo il cane a loro difesa. […] [2] Poiché sono due le specie di cani, quelli da caccia, che riguardano gli animali selvatici che vivono nei boschi, e quelli da guardia, che riguardano i pastori, ne parlerò secondo lo schema proposto, dividendo la trattazione in nove parti[3]. […] [5] Si badi a non comprare i cani dai cacciatori o dai beccai, perché questi ultimi non sarebbero capaci di star dietro al gregge, mentre gli altri, se avvistassero una lepre o un cervo, piuttosto che seguire le pecore, darebbero la caccia a questi. Perciò è meglio una cagna comprata dai pastori, che sia già abituata a seguire le pecore o, anche, che non abbia contratto alcuna abitudine. Il cane si abitua facilmente a qualcosa e il rapporto che si crea coi pastori risulta anche più saldo dell’attaccamento al bestiame. [6] Publio Aufidio Ponziano[4], cittadino d’Amiterno, aveva acquistato delle greggi di ovini nella parte estrema dell’Umbria, con l’aggiunta dei cani, ma senza pastori, i quali avrebbero portato gli armenti fino ai pascoli di Metaponto e al mercato di Eraclea. Quando quelli che avevano condotto le greggi fino là se ne tornarono a casa, per nostalgia dei loro padroni i cani da soli, nel giro di pochi giorni, pur a distanza di molte giornate di cammino[5], riuscirono a procurarsi il cibo nei campi e a far ritorno in Umbria dai loro pastori[6]. E nessuno di loro aveva fatto quello che Saserna[7] aveva prescritto nel suo trattato “Sull’agricoltura”: che chi volesse essere seguito da un cane, gli desse da mangiare una rana cotta. […] [8] Il nutrimento del cane è più vicino a quello dell’uomo che a quello della pecora. Si ciba infatti di alimenti come quelli umani e di ossa, non di erbe o foglie. Bisogna provvedere che abbiano il loro cibo, perché la fame li porterà a cercarsi il pasto, se non l’avranno, e ad allontanarsi dal gregge. A meno che, come alcuni pensano, non arrivino a smentire il vecchio proverbio[8] o, anche, a illustrare la favola di Atteone[9], addentando il loro padrone. [10] E bisogna dare ad essi del pane d’orzo o, piuttosto, intriso nel latte, perché una volta abituati a questo cibo non si allontanano facilmente dal gregge. Non bisogna lasciare che mangino la carne di una pecora morta, per non correre il rischio che, attratti dal sapore di essa, non si astengano poi dalle vive. Si dà loro anche brodo di ossa e ossa frantumate, che rende i denti più forti e la bocca più aperta, in quanto le mascelle vengono spalancate e diventano più avide per il sapore che gustano del midollo. Sono soliti mangiare di giorno, dove pascola il gregge, e di sera, dove dormono. [11] L’accoppiamento ha inizio a principio della primavera, perché allora, come si dice, le femmine vanno in calore, mostrano cioè di volersi accoppiare. Accoppiatesi, figliano verso il solstizio, perché la gestazione dura tre mesi. In questa fase è meglio dar loro pane d’orzo che di frumento, in quanto fornisce più nutrimento e maggiore quantità di latte. A seconda del parto, se i cuccioli sono molti, bisogna subito scegliere quali si vuole allevare e gettare gli altri: quanti meno se ne lasciano, tanto meglio crescono per l’abbondanza di latte. Si mette sotto di essi della paglia o qualcos’altro di simile, perché i piccoli crescono meglio su un giaciglio soffice. Cominciano ad aprire gli occhi a venti giorni. Nei primi due mesi non si separano dalla madre, ma a ciò si abituano a poco a poco. Se ne portano molti in uno stesso luogo e si istigano alla lotta, così diventano più vivaci, ma senza che si stanchino troppo, perché diventano allora più pigri. [12] Li abituano anche ad essere legati, dapprima con legami leggeri che, se tentano di rosicchiare, sono soliti minacciarli con le frustate. Quando piove nei canili si stendono foglie o foraggio, per due ragioni, che non si imbrattino e non sentano freddo. [14] Alcuni li castrano, perché pensano che così siano meno tentati di allontanarsi dal gregge, ma altri non lo fanno, perché ritengono che ciò, invece, li renda meno aggressivi. C’è chi unge loro con mandorle pestate le orecchie e fra le zampe, perché le mosche, le zecche e le pulci possono creare delle ulcerazioni se non si usa questo unguento. [15] Per non essere feriti dalle altre bestie, si mettono loro dei collari, che si chiamano melium, ossia un cingolo intorno al collo fatto di cuoio duro munito di chiodi provvisti di testa, che sono rivestiti di morbida pelle nella parte interna del collare, perché la durezza del ferro non faccia male al collo: se un lupo, o qualche altra bestia resta ferita dai chiodi, sono al sicuro così anche gli altri cani che non hanno il collare. [16] Il numero dei cani dipende dal numero di capi del bestiame: ragionevole si ritiene la proporzione di un cane per ciascun pastore, ma su questa cifra ognuno la pensa a modo suo perché, ad esempio, nei paesi dove le bestie feroci sono molte, i cani devono essere di più, discorso che riguarda quelli che per i lunghi percorsi tratturali attraverso i boschi sono soliti accompagnare le greggi nei pascoli estivi e in quelli invernali.
[1] L’edizione del passo è frutto di un dotto emendamento, accolto da tutti gli editori moderni, che il Poliziano appose come nota marginale all’editio princeps dell’opera (curata da Giorgio Merula: Venetiis, apud Nicolaum Jensonum, 1472), la cui copia con le annotazioni marginali autografe dell’erudito è conservata presso la Biblioteca Nazionale di Parigi (vd. Goetz ed. cit., Praef., iv), rispetto alla lezione corrotta del più antico testimone – il perduto Codex Marcianus (donde fu tratta l’editio Veneta) – che ci è nota, per via indiretta, dalla trascrizione fornita dall’umanista fiorentino Piero Vettori: in metampinos saltus et traclepore inde. Rispetto a questa evidente corruzione del testo (segnalata anche da una nota marginale), Crawford 2003b ha dubitato che l’emendamento del Poliziano costituisca «the most plausible correction of the text of the lost Codex Marcianus» (19 n. 10) e ha perciò suggerito di leggere et Heracleae oram, una correzione che priverebbe, per così dire, la città magnogreca nei pressi dell’attuale Policoro (fondata nel 433 a.C. da coloni provenienti da Taranto e Turi) dell’attestazione storica dell’esistenza di un emporio commerciale, forse connesso con l’allevamento ovino nella chora di Eraclea e con la manifattura della lana, che dovette costituire il settore principale dell’economia di quest’area nel II sec. a.C. (su cui rinvio a Meo 2014 e relativa bibliografia). Benché la congettura del Crawford non muti il dato storico-documentario dell’allevamento transumante tra Umbria e Metaponto e dei collegamenti attestati fra le regioni costiere, le pianure umide del metapontino e le aree montane più interne, lungo le valli del Basento e del Bradano, non sarebbe plausibile poter ritenere, su base paleografica, Heracleae oram congettura più valida di Heracleae emporium rispetto alla lezione corrotta traclepore e quindi resterebbe più valida la correzione fornita dal Poliziano, emporium rispetto ad oram (ribadita da Crawford 2005, 161). Per nuovi dati archeologici sui rapporti fra Eraclea come centro di lavorazione tessile e Taranto, assai rinomata per le sue lane, Meo 2014.
[2] Ci si attiene, nella traduzione, al testo edito da Flach e da Guiraud, che ristabiliscono la lezione dei codd., rispetto all’intervento di Keil, seguito da Goetz e da Antonio Traglia (Marco Terenzio Varrone. Opere, Torino 1974), che risolveva così l’aporia di questa relativa (qui = il pastore?): canis enim [ita] custos [et] eius quod eo comite indiget ad se defendendum («il cane è custode di questo tipo di bestiame, perché questʼultimo ha bisogno della sua compagnia per la propria difesa»). L’emendamento proposto da Giusta ad loc. (vd. Magnaldi, Per il testo cit., 136-137), per quanto ‘invasivo’, risolve in questo modo il problema del pronome maschile: canis enim ita custos pecoris et eius qui eo comite indiget. Per Flach (ed. cit. ad loc., 312-313 “Nur soweit die Hunde für ihn als Schafhalter von Belang sind, will er sich mit ihnen befassen, seinen Zuhören «nur mit dieser Einschränkung» ita, den Hund als Beschützer des Viehs und Begleiter des Hirten vorstellen”) qui va riferito al pastore, ma il senso della relativa non pare congruente col seguito (in quo genere sunt maxime oves). Sembra che almeno l’emendamento quod (già del Poliziano) sia necessario e, in tal caso, il senso della frase potrebbe essere che il cane custodisce ogni gregge (ad es., anche di cavalli), ma è indispensabile per quello minuto, delle pecore e delle capre, che non possono difendersi da sole. Qui eo comite indiget ad se defendendum è ripreso peraltro da cui opponimus canes defensores e lascia pertanto propendere per custos…eius (scil. pecoris) quod…indiget.
[3] Si riferisce alla partizione generale della scientia pastoralis (o scientia pecoris parandi ac pascendi) in 9 parti di 3 sezioni, fissata in rust. 2, 1, 12: 1) il bestiame minuto (de minoribus pecudibus): pecore, capre e porci; 2) il bestiame grosso: buoi asini e cavalli (de pecore maiore); 3) gli animali utili a condurre l’allevamento: cani, muli e pastori (propter eam aut ex ea [scil. pecuaria]), inseriti anch’essi nel novero degli animali, secondo la consueta prospettiva dei Romani rispetto allo status servile (si veda in particolare Catone), che comincerà a mutare soltanto in età imperiale, come evidenzia la nuova sensibilità e l’approccio etico e più umanitario di Seneca nei confronti degli schiavi.
[4] Un Ponziano amico di Attico, che qui sta parlando, è menzionato da Cic. Att. 12, 44, 2.
[5] Si tratta di una distanza di circa 300 miglia (all’incirca 500 km).
[6] La razza dei cani umbri era rinomata soprattutto per la caccia, in virtù del loro fiuto sottile. Cfr. Sil. 3, 295-6 exigit Umber / nare sagax e calle feras.
[7] Sotto questo nome, che sembrerebbe d’origine etrusca, sono ricordati due scrittori di agricoltura, padre e figlio, il quale forse completò e pubblicò l’opera intrapresa dal padre, in cui erano riflesse le esperienze della gestione dei loro possedimenti in Gallia cisalpina e notizie più generali connesse alla conduzione dei fondi rustici. È plausibile che la frase vada intesa in senso velatamente ironico: stando anche a rust. 1, 2, 28 (multa … alia miracula apud Sasernas invenies, quae omnia sunt diversa ab agri cultura et ideo repudianda), le bizzarre ricette dei Saserna, più magiche che pratiche, non dovevano godere di molto credito. Sempre sull’impiego della rana un’altra ricetta tratta dalla stessa fonte è in rust. 1, 3, 26. I frammenti dell’opera De agri cultura dei Saserna, che dovette essere pubblicata prima della data in cui si suppone tenuto il presente dialogo (67 a.C.) e fu fonte anche di Columella, restituiscono il quadro di un’azienda tipo all’epoca della romanizzazione, che non rifletterebbe ancora la tendenza verso la grande organizzazione schiavistica, ma attesterebbe l’esistenza nelle province romane di poderi coltivati a cereali, sul modello di quelli catoniani, fra la fine del II e il I sec. a.C. Sull’opera si veda J. Kolendo, Le traité d’économie des Saserna, Wroclaw 1973.
[8] È registrato da Varrone stesso in ling. 7, 31 canis caninam non est («cane non mangia cane») per l’occorrenza del termine canina, «carne di cane».
[9] Il mitico cacciatore, trasformato in cervo da Diana per averla vista nuda al bagno, venne quindi sbranato dai suoi stessi cani. La sua vicenda è narrata da Ovidio nel terzo libro delle Metamorfosi.
[9, 1] Relinquitur, inquit Atticus, de quadripedibus, quod ad canes attinet, maxime ad nos, qui pecus pascimus lanare. Canes enim ita custos pecoris et eius qui eo comite indiget ad se defendendum. In quo genere sunt maxime oves, deinde caprae. Has enim lupus captare solet, cui opponimus canes defensores. […] [2] Quare de canibus quoniam genera duo, unum venaticum [et] <quod> pertinet ad feras bestias [a]siluestres, alterum, quod custodiae causa paratur et pertinet ad pastorem, dicam de eo ad formam artis expositam in novem partes. […] [5] Videndum ne a venatoribus aut laniis canes emas, alteri quod ad pecus sequendum inertes, alteri, si viderint leporem aut cervum, quod eum potius quam oves sequentur. Quare aut a pastoribus empta melior, quae oves sequi consuevit, aut sine ulla consuetudine quae fuerit. Canis enim facilius quid adsuescit, eaque consuetudo firmior quae sit ad pastores, quam quae ad pecudes. [6] Publius Aufidius Pontianus Amiterninus cum greges ovium emisset in Umbria ultima, quibus gregibus sine pastoribus canes accessissent, pastores ut deducerent in Metapontinos saltus et <He>[t]racle<ae em>por[e]<ium>[1], inde cum domum redissent qui ad locum deduxerant, e desiderio hominum diebus paucis postea canes sua sponte, cum dierum multorum via interesset, sibi ex agris cibaria praebuerunt atque in Umbriam ad pastores redierunt. Neque eorum quisquam fecerat, quod in Agri cultura Saserna praecepit, qui vellet se a cane sectari, uti ranam obiciat coctam. […] [8] Cibatus canis prop[r]ior hominis quam ovis. Pascitur enim eduliis et ossibus, non herbis aut fronde. Diligenter ut habeat cibaria providendum. Fames enim hos ad quaerendum cibum ducet, si non praebebitur, et a pecore abducet, [9] nisi si, ut quidam putant, etiam illuc pervenerint, proverbium ut tollant anticum, vel etiam ut μῦθον aperiant de Actaeone atque in dominum adferant dentes. [10] Nec non ita panem hordeacium dandum, ut non potius eum in lacte des intritum, quod eo consueti cibo uti a pecore non cito des<cis>cunt. Morticinae ovis non patiuntur vesci carne, ne ducti sapore minus se abstineant. Dant etiam ius ex ossibus et ea ipsa ossa contusa. Dentes enim facit firmiores et os magis patulum, propterea quod vehementius diducuntur malae, acrioresque fiunt propter medullarum saporem. Cibum capere consuescunt interdiu ubi pascuntur, vesperi ubi stabulantur. [11] Feturae principium admittendi faciunt veris principio. Tum enim dicuntur catulire, id est ostendere velle se maritari. Quae cum admissae, pariunt circiter solstitium; praegnates enim solent esse ternos menses. In fetura dandum potius hordeacios quam triticios panes: magis enim eo aluntur et lactis praebent maiorem facultatem. [12] In nutricatu secundum partum, si plures sunt, statim eligere oportet quos habere velis, reliquos abicere. Quam paucissimos reliqueris, tam optimi in alendo fiunt propter copiam lactis. Substernitur eis acus aut quid item aliut, quod molliore cubili facilius educentur. Catuli diebus XX videre incipiunt. Duobus mensibus primis a partu non diiunguntur a matre, sed minutatim desuefiunt. Educunt eos plures in unum locum et inritant ad pugnandum, quo fiunt acriores, neque defatigari patiuntur, quo fiant segniores. [13] Consue quoque faciunt, ut alligari possint primum levibus vinclis; quae si abrodere conantur, ne id consuescant facere, verberibus eos deterrere solent. Pluviis diebus cubilia substernenda fronde aut pabulo, duabus de causis, ut ne oblinantur aut perfrigescant. [14] Quidam eos castrant, quod eo minus putant relinquere gregem, quidam non faciunt, quod eos credunt minus acres fieri. Quidam nucibus Graecis in aqua tritis perungunt aures et inter digitos, quod muscae et ricini, pulices soleant, si hoc unguine non sis usus, ea exulcerare. [15] Ne vulnerentur a bestiis, inponuntur his collaria, quae vocantur melium, id est cingulum circum collum ex corio firmo cum clavulis capitatis, quae intra capita insuitur pellis mollis, ne noceat collo duritia ferri. Quod si lupus aliusve quis his vulneratus est, reliquas quoque canes facit, quae id non habent, ut sint in tuto. [16] Numerus canum pro pecoris multitudine solet parari; fere modicum esse putant, ut singuli sequantur singulos opiliones. De quo numero alius alium modum constituit, quod, si sunt regiones, ubi bestiae sint multae, debent esse plures, quod accidit his, qui per calles silvestres longinquos solent comitari in aestiva et hiberna.
[9, 1] Resta ancora da trattare – disse Attico –, riguardo ai quadrupedi, dei cani, argomento che interessa in modo particolare noi, che alleviamo pecore. Il cane protegge sia il bestiame sia chi ha bisogno della sua compagnia per la propria difesa[2]. In questa categoria rientrano soprattutto le pecore e le capre. Sono queste, infatti, preda del lupo, a cui noi opponiamo il cane a loro difesa. […] [2] Poiché sono due le specie di cani, quelli da caccia, che riguardano gli animali selvatici che vivono nei boschi, e quelli da guardia, che riguardano i pastori, ne parlerò secondo lo schema proposto, dividendo la trattazione in nove parti[3]. […] [5] Si badi a non comprare i cani dai cacciatori o dai beccai, perché questi ultimi non sarebbero capaci di star dietro al gregge, mentre gli altri, se avvistassero una lepre o un cervo, piuttosto che seguire le pecore, darebbero la caccia a questi. Perciò è meglio una cagna comprata dai pastori, che sia già abituata a seguire le pecore o, anche, che non abbia contratto alcuna abitudine. Il cane si abitua facilmente a qualcosa e il rapporto che si crea coi pastori risulta anche più saldo dell’attaccamento al bestiame. [6] Publio Aufidio Ponziano[4], cittadino d’Amiterno, aveva acquistato delle greggi di ovini nella parte estrema dell’Umbria, con l’aggiunta dei cani, ma senza pastori, i quali avrebbero portato gli armenti fino ai pascoli di Metaponto e al mercato di Eraclea. Quando quelli che avevano condotto le greggi fino là se ne tornarono a casa, per nostalgia dei loro padroni i cani da soli, nel giro di pochi giorni, pur a distanza di molte giornate di cammino[5], riuscirono a procurarsi il cibo nei campi e a far ritorno in Umbria dai loro pastori[6]. E nessuno di loro aveva fatto quello che Saserna[7] aveva prescritto nel suo trattato “Sull’agricoltura”: che chi volesse essere seguito da un cane, gli desse da mangiare una rana cotta. […] [8] Il nutrimento del cane è più vicino a quello dell’uomo che a quello della pecora. Si ciba infatti di alimenti come quelli umani e di ossa, non di erbe o foglie. Bisogna provvedere che abbiano il loro cibo, perché la fame li porterà a cercarsi il pasto, se non l’avranno, e ad allontanarsi dal gregge. A meno che, come alcuni pensano, non arrivino a smentire il vecchio proverbio[8] o, anche, a illustrare la favola di Atteone[9], addentando il loro padrone. [10] E bisogna dare ad essi del pane d’orzo o, piuttosto, intriso nel latte, perché una volta abituati a questo cibo non si allontanano facilmente dal gregge. Non bisogna lasciare che mangino la carne di una pecora morta, per non correre il rischio che, attratti dal sapore di essa, non si astengano poi dalle vive. Si dà loro anche brodo di ossa e ossa frantumate, che rende i denti più forti e la bocca più aperta, in quanto le mascelle vengono spalancate e diventano più avide per il sapore che gustano del midollo. Sono soliti mangiare di giorno, dove pascola il gregge, e di sera, dove dormono. [11] L’accoppiamento ha inizio a principio della primavera, perché allora, come si dice, le femmine vanno in calore, mostrano cioè di volersi accoppiare. Accoppiatesi, figliano verso il solstizio, perché la gestazione dura tre mesi. In questa fase è meglio dar loro pane d’orzo che di frumento, in quanto fornisce più nutrimento e maggiore quantità di latte. A seconda del parto, se i cuccioli sono molti, bisogna subito scegliere quali si vuole allevare e gettare gli altri: quanti meno se ne lasciano, tanto meglio crescono per l’abbondanza di latte. Si mette sotto di essi della paglia o qualcos’altro di simile, perché i piccoli crescono meglio su un giaciglio soffice. Cominciano ad aprire gli occhi a venti giorni. Nei primi due mesi non si separano dalla madre, ma a ciò si abituano a poco a poco. Se ne portano molti in uno stesso luogo e si istigano alla lotta, così diventano più vivaci, ma senza che si stanchino troppo, perché diventano allora più pigri. [12] Li abituano anche ad essere legati, dapprima con legami leggeri che, se tentano di rosicchiare, sono soliti minacciarli con le frustate. Quando piove nei canili si stendono foglie o foraggio, per due ragioni, che non si imbrattino e non sentano freddo. [14] Alcuni li castrano, perché pensano che così siano meno tentati di allontanarsi dal gregge, ma altri non lo fanno, perché ritengono che ciò, invece, li renda meno aggressivi. C’è chi unge loro con mandorle pestate le orecchie e fra le zampe, perché le mosche, le zecche e le pulci possono creare delle ulcerazioni se non si usa questo unguento. [15] Per non essere feriti dalle altre bestie, si mettono loro dei collari, che si chiamano melium, ossia un cingolo intorno al collo fatto di cuoio duro munito di chiodi provvisti di testa, che sono rivestiti di morbida pelle nella parte interna del collare, perché la durezza del ferro non faccia male al collo: se un lupo, o qualche altra bestia resta ferita dai chiodi, sono al sicuro così anche gli altri cani che non hanno il collare. [16] Il numero dei cani dipende dal numero di capi del bestiame: ragionevole si ritiene la proporzione di un cane per ciascun pastore, ma su questa cifra ognuno la pensa a modo suo perché, ad esempio, nei paesi dove le bestie feroci sono molte, i cani devono essere di più, discorso che riguarda quelli che per i lunghi percorsi tratturali attraverso i boschi sono soliti accompagnare le greggi nei pascoli estivi e in quelli invernali.
[1] L’edizione del passo è frutto di un dotto emendamento, accolto da tutti gli editori moderni, che il Poliziano appose come nota marginale all’editio princeps dell’opera (curata da Giorgio Merula: Venetiis, apud Nicolaum Jensonum, 1472), la cui copia con le annotazioni marginali autografe dell’erudito è conservata presso la Biblioteca Nazionale di Parigi (vd. Goetz ed. cit., Praef., iv), rispetto alla lezione corrotta del più antico testimone – il perduto Codex Marcianus (donde fu tratta l’editio Veneta) – che ci è nota, per via indiretta, dalla trascrizione fornita dall’umanista fiorentino Piero Vettori: in metampinos saltus et traclepore inde. Rispetto a questa evidente corruzione del testo (segnalata anche da una nota marginale), Crawford 2003b ha dubitato che l’emendamento del Poliziano costituisca «the most plausible correction of the text of the lost Codex Marcianus» (19 n. 10) e ha perciò suggerito di leggere et Heracleae oram, una correzione che priverebbe, per così dire, la città magnogreca nei pressi dell’attuale Policoro (fondata nel 433 a.C. da coloni provenienti da Taranto e Turi) dell’attestazione storica dell’esistenza di un emporio commerciale, forse connesso con l’allevamento ovino nella chora di Eraclea e con la manifattura della lana, che dovette costituire il settore principale dell’economia di quest’area nel II sec. a.C. (su cui rinvio a Meo 2014 e relativa bibliografia). Benché la congettura del Crawford non muti il dato storico-documentario dell’allevamento transumante tra Umbria e Metaponto e dei collegamenti attestati fra le regioni costiere, le pianure umide del metapontino e le aree montane più interne, lungo le valli del Basento e del Bradano, non sarebbe plausibile poter ritenere, su base paleografica, Heracleae oram congettura più valida di Heracleae emporium rispetto alla lezione corrotta traclepore e quindi resterebbe più valida la correzione fornita dal Poliziano, emporium rispetto ad oram (ribadita da Crawford 2005, 161). Per nuovi dati archeologici sui rapporti fra Eraclea come centro di lavorazione tessile e Taranto, assai rinomata per le sue lane, Meo 2014.
[2] Ci si attiene, nella traduzione, al testo edito da Flach e da Guiraud, che ristabiliscono la lezione dei codd., rispetto all’intervento di Keil, seguito da Goetz e da Antonio Traglia (Marco Terenzio Varrone. Opere, Torino 1974), che risolveva così l’aporia di questa relativa (qui = il pastore?): canis enim [ita] custos [et] eius quod eo comite indiget ad se defendendum («il cane è custode di questo tipo di bestiame, perché questʼultimo ha bisogno della sua compagnia per la propria difesa»). L’emendamento proposto da Giusta ad loc. (vd. Magnaldi, Per il testo cit., 136-137), per quanto ‘invasivo’, risolve in questo modo il problema del pronome maschile: canis enim ita custos pecoris et eius qui eo comite indiget. Per Flach (ed. cit. ad loc., 312-313 “Nur soweit die Hunde für ihn als Schafhalter von Belang sind, will er sich mit ihnen befassen, seinen Zuhören «nur mit dieser Einschränkung» ita, den Hund als Beschützer des Viehs und Begleiter des Hirten vorstellen”) qui va riferito al pastore, ma il senso della relativa non pare congruente col seguito (in quo genere sunt maxime oves). Sembra che almeno l’emendamento quod (già del Poliziano) sia necessario e, in tal caso, il senso della frase potrebbe essere che il cane custodisce ogni gregge (ad es., anche di cavalli), ma è indispensabile per quello minuto, delle pecore e delle capre, che non possono difendersi da sole. Qui eo comite indiget ad se defendendum è ripreso peraltro da cui opponimus canes defensores e lascia pertanto propendere per custos…eius (scil. pecoris) quod…indiget.
[3] Si riferisce alla partizione generale della scientia pastoralis (o scientia pecoris parandi ac pascendi) in 9 parti di 3 sezioni, fissata in rust. 2, 1, 12: 1) il bestiame minuto (de minoribus pecudibus): pecore, capre e porci; 2) il bestiame grosso: buoi asini e cavalli (de pecore maiore); 3) gli animali utili a condurre l’allevamento: cani, muli e pastori (propter eam aut ex ea [scil. pecuaria]), inseriti anch’essi nel novero degli animali, secondo la consueta prospettiva dei Romani rispetto allo status servile (si veda in particolare Catone), che comincerà a mutare soltanto in età imperiale, come evidenzia la nuova sensibilità e l’approccio etico e più umanitario di Seneca nei confronti degli schiavi.
[4] Un Ponziano amico di Attico, che qui sta parlando, è menzionato da Cic. Att. 12, 44, 2.
[5] Si tratta di una distanza di circa 300 miglia (all’incirca 500 km).
[6] La razza dei cani umbri era rinomata soprattutto per la caccia, in virtù del loro fiuto sottile. Cfr. Sil. 3, 295-6 exigit Umber / nare sagax e calle feras.
[7] Sotto questo nome, che sembrerebbe d’origine etrusca, sono ricordati due scrittori di agricoltura, padre e figlio, il quale forse completò e pubblicò l’opera intrapresa dal padre, in cui erano riflesse le esperienze della gestione dei loro possedimenti in Gallia cisalpina e notizie più generali connesse alla conduzione dei fondi rustici. È plausibile che la frase vada intesa in senso velatamente ironico: stando anche a rust. 1, 2, 28 (multa … alia miracula apud Sasernas invenies, quae omnia sunt diversa ab agri cultura et ideo repudianda), le bizzarre ricette dei Saserna, più magiche che pratiche, non dovevano godere di molto credito. Sempre sull’impiego della rana un’altra ricetta tratta dalla stessa fonte è in rust. 1, 3, 26. I frammenti dell’opera De agri cultura dei Saserna, che dovette essere pubblicata prima della data in cui si suppone tenuto il presente dialogo (67 a.C.) e fu fonte anche di Columella, restituiscono il quadro di un’azienda tipo all’epoca della romanizzazione, che non rifletterebbe ancora la tendenza verso la grande organizzazione schiavistica, ma attesterebbe l’esistenza nelle province romane di poderi coltivati a cereali, sul modello di quelli catoniani, fra la fine del II e il I sec. a.C. Sull’opera si veda J. Kolendo, Le traité d’économie des Saserna, Wroclaw 1973.
[8] È registrato da Varrone stesso in ling. 7, 31 canis caninam non est («cane non mangia cane») per l’occorrenza del termine canina, «carne di cane».
[9] Il mitico cacciatore, trasformato in cervo da Diana per averla vista nuda al bagno, venne quindi sbranato dai suoi stessi cani. La sua vicenda è narrata da Ovidio nel terzo libro delle Metamorfosi.
