[8] «Atque», inquit ille, «non minor cura erat eius de aegrotis piscibus, quam de minus valentibus servis. Itaque minus laborabat ne servos aeger aquam frigidam <quam ut> recentem biberent sui pisces. Etenim <h>ac incuria laborare a[g]<i>ebat M. Luculli ac piscinas eius despiciebat, quod aest[i]uaria idonea non haberet ac reside aqua in locis pestilentibus habitarent pisces eius; [9] Contra ad Neapolim L. Luculli, posteaquam perfodisset montem ac maritumum flumen inmisisset in piscinas, qui reciproce fluerent ipsae, Neptuno non cedere[t][1] de piscatu; factum esse enim ut amicos pisces [t]<s>uos videatur propter aestus eduxisse in loca frigidiora, ut Apuli solent pecuarii facere, qui per c[o]<a>lles in montes Sabinos pecus ducunt. In Baiano autem ard<or>is tanta ardebat cura, ut architecto permiserit vel ut suam pecuniam consumeret, dummodo perduceret specus e piscinis in mare, obiect<o obst>a[o]culo, qua aestus bis cotidie ab exorta luna ad proximam novam introire ac redire rursus in mare posset ac refrigerare piscinas.
[8] «E – diceva – dei suoi pesci malati non aveva egli minor cura che dei servi suoi, quando non stavano bene. Perciò non si preoccupava tanto che un servo ammalato bevesse dell’acqua fresca quanto che ne disponessero di sempre fresca i suoi pesci. Infatti diceva che pativano l’incuria di Marco Lucullo e disprezzava le sue peschiere, perché non aveva vasche marine idonee e i pesci erano allevati in luoghi malsani, con acqua stagnante. [9] Al contrario quelle vicino Napoli di Lucio Lucullo, dopo che questi aveva fatto perforare un monte e immesso così un flusso di acqua marina nelle peschiere, di modo che fluendo e rifluendo si alimentasse uno scambio reciproco, non erano da meno rispetto a Nettuno per il pescato. Pareva infatti che per evitare il caldo avesse portato i suoi amici pesci in luoghi più freschi, come sogliono fare i pastori della Puglia, che menano il gregge sui monti della Sabina attraverso i tratturi. E a Baia si diede così tanta premura[2] da consentire che l’architetto desse fondo al suo peculio, pur di realizzare un canale sotterraneo dalle piscine al mare, sbarrandolo con una chiusa, attraverso la quale la marea potesse entrare e defluire nuovamente in mare due volte al giorno, rinfrescando così le vasche.
– Come nella testimonianza di Liv. 22, 14, 8, nel passo si accenna soltanto al fenomeno storico della transumanza, per la quale è utilizzato un lessico pertinente (pecuarii, calles, pecus ducere) nel contesto di una curiosa similitudine fra gli sforzi d’ingegneria idraulica posti in atto dal ricco Lucio Licinio Lucullo[3] nelle sue tenute campane, per tenere sempre fresche le peschiere attraverso canali per il flusso e deflusso dell’acqua del mare, e quelli dell’allevatore di armenti, il pecuarius, che pratica la transumanza estiva, per condurre le sue greggi dall’Apulia verso i pascoli più freschi dei Monti Sabini, nel Subappennino laziale. L’immagine delle acque che alimentano la peschiera confluendo e defluendo lungo uno stesso canale, nonché l’effetto refrigerante del mare devono aver evocato nell’erudito l’immagine delle calles e dei freschi pascoli montani[4]. Inoltre i verbi aestivare* e hibernare* oltre che per le greggi, conoscono un analogo, ancorché scarsamente attestato, impiego in riferimento a specie e banchi di pesci[5]. La transumanza aveva già richiamato in rust. 2, 2, 9 (vd. supra) la similitudine delle ceste d’erbaggi unite dal giogo. E ancora una volta il ricordo della Sabina riaffiora, assieme alla menzione di una esperienza diretta di pratiche pastorali. La similitudine è del resto calata in un contesto alquanto appropriato, essendo gran parte dei Rerum rusticarum libri dedicati proprio alla pastio; essa consente anzi all’Autore di chiudere l’opera in una sorta di ‘Ringkomposition’, prima che il breve paragrafo finale termini anche la fictio del dialogo. Non è forse casuale, perciò, data la similitudine evocata, il cenno finale alla pecunia del prodigo Lucullo, dove non sfugge al lettore di quest’opera e del De lingua Latina il collegamento etimologico, peraltro ampiamente diffuso, che Varrone linguista correttamente stabiliva con il bestiame: quod in pecore pecunia tum pastoribus consistebat (ling. 5, 19, 95)[6].
[1] L’espunzione, dell’editore Goetz, è motivata dal fatto che l’intera frase è retta dal verbo aiebat del periodo precedente, il cui soggetto è il famoso oratore rivale di Cicerone, Quinto Ortensio Ortalo, menzionato poco prima (17, 5-6), proprietario e appassionato allevatore di pesci di mare nelle sue costose peschiere della cittadina campana di Bauli, vicino Baia. Nelle due infinitive che seguono, stando al testo stabilito da Flach, occorre sottindere prima pisces (M. Luculli) e poi piscinas (L. Luculli), mentre Keil preferì emedare (ed. 1889) il secondo gen. in Lucullum.
[2] Ci si attiene, nella traduzione, al testo edito da Flach, il quale integra semplicemente la lezione ardis dei mss. in ardoris, integrazione che convince però solo sul piano paleografico. L’emendamento di Keil aedificans, accolto da Goetz e Traglia, dà più senso alla frase («mentre stava costruendo a Baia…»), anche se è più plausibile che si sia corrotto qui un genitivo (la maggior parte dei mss. riporta aut ardis).
[3] Fu costui un militare romano (106-56 a.C. circa), rimasto più famoso per la ricchezza e il lusso dei proverbiali pranzi, dei quali, come delle grandiose piscine fatte costruire per l’allevamento dei pesci, ci serba il ricordo Plutarco nella Vita di Lucullo (Luc. 39).
[4] È possibile considerare ulteriori associazioni che potrebbero aver favorito la similitudine: l’aestus della calura estiva (da cui aestivare*) e della marea, nonché il riferimento tecnico alle peschiere di acqua marina – aestuaria – che rimanda al corradicale aestiva*. A livello implicito, poi, anche altri vocaboli latini sono comuni al mare e alla terraferma (aequor, ad esempio, ben si presta all’associazione della distesa delle verdi pianure con quella marina).
[5] Ricorrono entrambi i verbi, ad esempio, in un passo di Plinio il Vecchio che illustra l’abitudine dei tonni: svernare là dove sono sorpresi dall’inverno e passare invece l’estate nella Propontide (Plin. nat. 9, 51-52). Si rinvia, per altre occorrenze, alla sezione del Lessico.
[6] Cfr., pure, Varro rust. 2, 1, 11 est scientia pecoris parandi ac pascendi, ut fructus quam possint maximi capiantur ex e[a], a quibus ipsa pecunia nominata est: nam omnis pecuniae pecus fundamentum; ling. 5, 17, 92 pecuniosus a pecunia magna, pecunia a pecu: a pastoribus enim horum vocabulorum origo.
[8] «Atque», inquit ille, «non minor cura erat eius de aegrotis piscibus, quam de minus valentibus servis. Itaque minus laborabat ne servos aeger aquam frigidam <quam ut> recentem biberent sui pisces. Etenim <h>ac incuria laborare a[g]<i>ebat M. Luculli ac piscinas eius despiciebat, quod aest[i]uaria idonea non haberet ac reside aqua in locis pestilentibus habitarent pisces eius; [9] Contra ad Neapolim L. Luculli, posteaquam perfodisset montem ac maritumum flumen inmisisset in piscinas, qui reciproce fluerent ipsae, Neptuno non cedere[t][1] de piscatu; factum esse enim ut amicos pisces [t]<s>uos videatur propter aestus eduxisse in loca frigidiora, ut Apuli solent pecuarii facere, qui per c[o]<a>lles in montes Sabinos pecus ducunt. In Baiano autem ard<or>is tanta ardebat cura, ut architecto permiserit vel ut suam pecuniam consumeret, dummodo perduceret specus e piscinis in mare, obiect<o obst>a[o]culo, qua aestus bis cotidie ab exorta luna ad proximam novam introire ac redire rursus in mare posset ac refrigerare piscinas.
[8] «E – diceva – dei suoi pesci malati non aveva egli minor cura che dei servi suoi, quando non stavano bene. Perciò non si preoccupava tanto che un servo ammalato bevesse dell’acqua fresca quanto che ne disponessero di sempre fresca i suoi pesci. Infatti diceva che pativano l’incuria di Marco Lucullo e disprezzava le sue peschiere, perché non aveva vasche marine idonee e i pesci erano allevati in luoghi malsani, con acqua stagnante. [9] Al contrario quelle vicino Napoli di Lucio Lucullo, dopo che questi aveva fatto perforare un monte e immesso così un flusso di acqua marina nelle peschiere, di modo che fluendo e rifluendo si alimentasse uno scambio reciproco, non erano da meno rispetto a Nettuno per il pescato. Pareva infatti che per evitare il caldo avesse portato i suoi amici pesci in luoghi più freschi, come sogliono fare i pastori della Puglia, che menano il gregge sui monti della Sabina attraverso i tratturi. E a Baia si diede così tanta premura[2] da consentire che l’architetto desse fondo al suo peculio, pur di realizzare un canale sotterraneo dalle piscine al mare, sbarrandolo con una chiusa, attraverso la quale la marea potesse entrare e defluire nuovamente in mare due volte al giorno, rinfrescando così le vasche.
– Come nella testimonianza di Liv. 22, 14, 8, nel passo si accenna soltanto al fenomeno storico della transumanza, per la quale è utilizzato un lessico pertinente (pecuarii, calles, pecus ducere) nel contesto di una curiosa similitudine fra gli sforzi d’ingegneria idraulica posti in atto dal ricco Lucio Licinio Lucullo[3] nelle sue tenute campane, per tenere sempre fresche le peschiere attraverso canali per il flusso e deflusso dell’acqua del mare, e quelli dell’allevatore di armenti, il pecuarius, che pratica la transumanza estiva, per condurre le sue greggi dall’Apulia verso i pascoli più freschi dei Monti Sabini, nel Subappennino laziale. L’immagine delle acque che alimentano la peschiera confluendo e defluendo lungo uno stesso canale, nonché l’effetto refrigerante del mare devono aver evocato nell’erudito l’immagine delle calles e dei freschi pascoli montani[4]. Inoltre i verbi aestivare* e hibernare* oltre che per le greggi, conoscono un analogo, ancorché scarsamente attestato, impiego in riferimento a specie e banchi di pesci[5]. La transumanza aveva già richiamato in rust. 2, 2, 9 (vd. supra) la similitudine delle ceste d’erbaggi unite dal giogo. E ancora una volta il ricordo della Sabina riaffiora, assieme alla menzione di una esperienza diretta di pratiche pastorali. La similitudine è del resto calata in un contesto alquanto appropriato, essendo gran parte dei Rerum rusticarum libri dedicati proprio alla pastio; essa consente anzi all’Autore di chiudere l’opera in una sorta di ‘Ringkomposition’, prima che il breve paragrafo finale termini anche la fictio del dialogo. Non è forse casuale, perciò, data la similitudine evocata, il cenno finale alla pecunia del prodigo Lucullo, dove non sfugge al lettore di quest’opera e del De lingua Latina il collegamento etimologico, peraltro ampiamente diffuso, che Varrone linguista correttamente stabiliva con il bestiame: quod in pecore pecunia tum pastoribus consistebat (ling. 5, 19, 95)[6].
[1] L’espunzione, dell’editore Goetz, è motivata dal fatto che l’intera frase è retta dal verbo aiebat del periodo precedente, il cui soggetto è il famoso oratore rivale di Cicerone, Quinto Ortensio Ortalo, menzionato poco prima (17, 5-6), proprietario e appassionato allevatore di pesci di mare nelle sue costose peschiere della cittadina campana di Bauli, vicino Baia. Nelle due infinitive che seguono, stando al testo stabilito da Flach, occorre sottindere prima pisces (M. Luculli) e poi piscinas (L. Luculli), mentre Keil preferì emedare (ed. 1889) il secondo gen. in Lucullum.
[2] Ci si attiene, nella traduzione, al testo edito da Flach, il quale integra semplicemente la lezione ardis dei mss. in ardoris, integrazione che convince però solo sul piano paleografico. L’emendamento di Keil aedificans, accolto da Goetz e Traglia, dà più senso alla frase («mentre stava costruendo a Baia…»), anche se è più plausibile che si sia corrotto qui un genitivo (la maggior parte dei mss. riporta aut ardis).
[3] Fu costui un militare romano (106-56 a.C. circa), rimasto più famoso per la ricchezza e il lusso dei proverbiali pranzi, dei quali, come delle grandiose piscine fatte costruire per l’allevamento dei pesci, ci serba il ricordo Plutarco nella Vita di Lucullo (Luc. 39).
[4] È possibile considerare ulteriori associazioni che potrebbero aver favorito la similitudine: l’aestus della calura estiva (da cui aestivare*) e della marea, nonché il riferimento tecnico alle peschiere di acqua marina – aestuaria – che rimanda al corradicale aestiva*. A livello implicito, poi, anche altri vocaboli latini sono comuni al mare e alla terraferma (aequor, ad esempio, ben si presta all’associazione della distesa delle verdi pianure con quella marina).
[5] Ricorrono entrambi i verbi, ad esempio, in un passo di Plinio il Vecchio che illustra l’abitudine dei tonni: svernare là dove sono sorpresi dall’inverno e passare invece l’estate nella Propontide (Plin. nat. 9, 51-52). Si rinvia, per altre occorrenze, alla sezione del Lessico.
[6] Cfr., pure, Varro rust. 2, 1, 11 est scientia pecoris parandi ac pascendi, ut fructus quam possint maximi capiantur ex e[a], a quibus ipsa pecunia nominata est: nam omnis pecuniae pecus fundamentum; ling. 5, 17, 92 pecuniosus a pecunia magna, pecunia a pecu: a pastoribus enim horum vocabulorum origo.
